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Professionisti, artigiani e free-lance: così il lavoro si trova all’asta

C’è un piccolo esercito - ancora invisibile – di lavoratori che scambia prestazioni professionali sulle piattaforme digitali. È la spallata finale della sharing economy alle agenzie di intermediazione? Presto per dirlo. Certo è che il settore del recruiting sta vivendo una vera e propria rivoluzione. Freelance, traduttori, informatici e creativi, ma anche artigiani ormai lavorano anche così: serve il nuovo logo aziendale, una traduzione al volo, la verifica di una pagina di bilancio? Basta aprire un sito specializzato, inviare la richiesta, fissare il compenso e attendere che qualcuno nella folla dei lavoratori (da cui crowd work) risponda.

In alcuni casi – ed è la strategia di BestCreativity che concentra su piattaforma clienti e web designer - si apre una vera e propria asta: solo il progetto migliore viene premiato e si aggiudica la ricompensa. Chi ci guadagna? Tutti: chi vince la competizione e di conseguenza la somma messa in palio; il committente che in modo rapido ottiene il lavoro richiesto; e infine il sito, che mette a disposizione la piattaforma di scambio, cui va solitamente una fee.

Su Cocontest (ora GoPillar), piattaforma per il lavoro digitale fondata da tre italiani a tema interior design, si incontrano i potenziali clienti e i designer che – una volta iscritti – accettano la sfida presentando la propria idea progettuale a risoluzione del concorso; il cliente sceglie il vincitore. I progettisti iscritti ad oggi, provenienti da 92 Paesi, sono 54mila; di questi il 25% sono italiani. Il 70% dei progettisti è composto da architetti, il resto da interior designer, geometri.

Numeri che inquadrino questa fetta di lavoro digitale nato sulle orme di Amazon Mechanical Turk ancora non ci sono; tracce se ne scovano in una recente ricerca (fine 2017) compilata dagli accademici dell’Università dello Hertfordshire, in collaborazione con la Federazione per gli studi progressivi europei (Feps), Uni Europa e Ipsos Mori, racconta che il 22% della forza lavoro attiva in Italia ha riferito di avere svolto un lavoro di massa. Le stime hanno rilevato che 5,68 milioni di persone su sette paesi europei mappati potrebbero guadagnare oltre la metà del loro reddito sulle piattaforme: oltre un milione di persone nel Regno Unito e in Germania e oltre due milioni di persone in Italia.

Si tratta di dati sovrastimati, secondo Antonio Aloisi ricercatore di Diritto del lavoro alla Bocconi, che però raccontano di quanto il fenomeno stia prendendo piede anche in Italia assumendo il profilo quasi di un nuovo comparto. «Le piattaforme che scambiano attività di concetto attirano principalmente due profili di lavoratori: il lavoratore autonomo puro che si apre così a un mercato globale con infinite possibilità ma anche una tipologia di lavoratore più debole, magari espulso dal mercato, costretto a lavorare da remoto. Il terreno è ancora inesplorato. E, ammesso che ci siano rischi, bisogna attrezzarsi per governarli».

Potenzialità enormi dunque per questo segmento del lavoro digitale, «la cui forza – continua Aloisi – si fonda sulla parcellizzazione: si affidano a una “folla” micro parti di un grande progetto, una sorta di esternalizzazione globale, per poi tirare le fila laddove ha sede la mente».

Con le piattaforme cade il vincolo geografico, aggiunge Ivana Pais, professore associato di sociologia alla Cattolica di Milano, e i contesti economicamente più deprivati, dove anche il costo della vita è basso, possono guadagnare dal lavoro remoto. «Intravedo un rischio, quello cioè dello strapotere della piattaforma – aggiunge – in grado di distruggere con algoritmi sempre più sofisticati la reputazione dei lavoratori, scaricando i rischi su persone esposte al mercato senza alcuna tutela». Tuttavia il lavoro all’asta, secondo la sociologa, funziona perché «è praticato da professionisti che non ne fanno la loro prima attività. La retribuzione infatti non è la leva motivante. Vediamo impegnate nelle aste le comunità di creativi o quelle scientifiche che vivono la gara anche come sfida intellettuale».

C’è soddisfazione tra i lavoratori di piattaforma anche secondo Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo.org e SharItaly, il maggior evento italiano sulla sharing economy. «La sharing offre enormi opportunità: consente integrazione del reddito e flessibilità del lavoro, sono però necessarie alcune regole», aggiunge Mainieri. Collaboriamo.org fornisce l’unica mappa sulle piattaforme di sharing (il crowd work non viene rilevato): 125 nel 2017, dato lievemente in calo rispetto all’anno precedente. «Passata l’euforia iniziale, il mercato ora si consolida – conclude Mainieri –. Sopravvivono le piattaforme con modelli di business forte: segnalo che tra le nuove nate, una su tre possiede un’offerta dedicata alle aziende, in particolare nel turismo, welfare aziendale e trasporti».

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