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Quindici anni senza l’Avvocato: che cosa era l’Italia, che…

gianni agnelli (1921-2003)

Quindici anni senza l’Avvocato: che cosa era l’Italia, che cosa è diventata

(Agf)
(Agf)

Sono passati quindici anni. Sembra un secolo fa. Il 24 gennaio 2003 moriva Gianni Agnelli. Con lui se ne andava l’Italia che, uscita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dall'umiliazione auto-inflitta del fascismo, negli anni Cinquanta si era seduta al tavolo del mondo occidentale costruito sull'asse Gran Bretagna-Stati Uniti. Una Italia filo-atlantica nella natura e anticomunista nelle pulsioni, liberale nelle idee e protezionista in economia. In Gianni Agnelli si incarnavano il fascino, la consistenza e la debolezza italiana. Il fascino personale, che dalla dimensione del magnate trasfondeva nella cifra del jet-set: il potere e il denaro, il ritratto di Andy Warhol e le donne. Sempre alla ricerca di un rapporto privilegiato con Londra e New York.

Un fascino iconico quasi fino all'erotismo, non a caso espresso – fra cronaca e storia – nella relazione con Pamela Churchill e – fra pettegolezzo e leggenda – nell'amicizia con Jacqueline Kennedy. La consistenza italiana, come simbolo dell'industrializzazione pesante di una Italia che aveva abbandonato l'antica vocazione agricola giolittiana per abbracciare in maniera definitiva il fordismo, per quanto questa consistenza industriale fosse in realtà più attuata dal management: prima da Vittorio Valletta e poi - con il breve intermezzo di Carlo De Benedetti nei “cento giorni” del 1976 - dai due dioscuri Cesare Romiti e Vittorio Ghidella. Ma, in lui, si incarnava anche la debolezza italiana. Con una prevalenza del sistema finanziario su quello industriale, ben identificata dall'influenza quasi egemonica della Mediobanca di Enrico Cuccia e di Vincenzo Maranghi sulle scelte compiute dalla Fiat alla fine degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta. E, soprattutto, con la crisi profonda sperimentata dal gruppo industriale, che per tutto il secolo scorso ha contribuito al Pil italiano con una quota diretta compresa fra il 3% e il 5% - negli ultimi anni della sua vita.

A quindici anni dalla scomparsa, una rivisitazione critica della sua figura – non pregiudizialmente ostile, ma nemmeno automaticamente apologetica – non può non porre in evidenza come, nel passaggio storico della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, la sua malattia privata e la sua morte pubblica - con cinquecentomila persone in una coda infinita, su su su, a forma di chiocciola, fino al tetto del Lingotto dove si trovava la sua salma - abbiano simboleggiato il contestuale deperimento dell'organismo industriale, tecnologico e strategico della Galassia Fiat e, al contempo, la progressiva marginalizzazione dell'Italia in un contesto internazionale in cui tutto era mutato, in cui tutto stava mutando e in cui tutto sarebbe mutato ancora di più.

Subito dopo la sua morte, agli Agnelli è risparmiato un destino buddenbrookiano. E la Fiat arriva a un passo da un collasso da cui viene salvata soltanto dall'arrivo dell'allora sconosciuto Sergio Marchionne, fatto entrare in consiglio di amministrazione – in questo, in continuità con la storia precedente - dal Dottor Umberto, fratello dell'Avvocato.

Quella Fiat post Avvocato avrà ancora una volta una sponda atlantica nell'acquisizione di Chrysler, nel 2009. Ma, in questo caso, si tratta di un atlantismo spurio, che ha origine nella scelta di Barack Obama di puntare sui motori verdi a basso impatto ambientale della piccola Fiat e trova la sua piena realizzazione nella perfetta coerenza di Marchionne con il capitalismo finanziarizzato e tecnocratico nordamericano e con il codice culturale, psicologico e politico della Casa Bianca e della sua task-force dell'auto, composta da un finanziere come Steven Rattner – pura Wall Street – e da Ron Bloom, un uomo di finanza con un rapporto stretto con il mondo del lavoro e del sindacato statunitense. Un destino dunque profondamente diverso, con la Fiat diventata Fca, per cui il nostro Paese vale non più del 10% del suo giro d'affari e della sua base occupazionale. Un destino in ogni caso differente per l'Italia.

La scomparsa della grande impresa, con la crisi dei grandi gruppi privati e il ridimensionamento costante delle aziende pubbliche e post pubbliche, ha consegnato al Paese un tessuto produttivo atomizzato e rapido, capace di spunti e inventiva ed abile negli interstizi dei mercati internazionali, ma non solido e coeso né dotato della forza di imporre i suoi interessi e i suoi disegni.

L'Italia del Novecento non era fatta esclusivamente di giganti. Ma non era nemmeno composta soltanto da piccole e medie imprese. Allora, la Fiat dell'Avvocato – con i suoi stabilimenti in Brasile e in Russia – ne era un elemento fondamentale. La fine della Storia – o, meglio, di quella Storia – ha relegato il Paese a una condizione di crescente marginalizzazione geo-politica che, nel combinato disposto della fine del paradigma della grande impresa, conferisce gracilità strutturale a tutti noi. Sono trascorsi quindici anni dalla morte di Gianni Agnelli. Sembra davvero passato un secolo.

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