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Il lavoro ai tempi dei millennials. Svantaggi e vantaggi di essere under 30

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L’INDAGINE

Il lavoro ai tempi dei millennials. Svantaggi e vantaggi di essere under 30

Il bicchiere mezzo vuoto è sotto gli occhi di tutti: tassi di disoccupazione stellari, lavori “atipici”, prospettive di carriera bloccate, consumi più modesti. Quello mezzo pieno si fa più fatica a vedere, ma c'è: sono più istruiti, più internazionali, padroneggiano meglio (o almeno conoscono) gli strumenti tecnologici, sanno adattarsi con più facilità all'evoluzione digitale dell'economia. Stiamo parlando dei Millennials, la generazione fluida che raggruppa i giovani al di sotto dei 30 anni. Un esercito sempre più sparuto che conta oggi 9 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni, appena il 15% della popolazione (nel 2002 erano più di 10 milioni e il 19%). Se allarghiamo il range ai 15-34enni, rispetto al censimento del 1991, su 17,6 milioni, ne sono stati persi quasi il 30% (oggi sono 12,6 milioni). Con prospettive future di rimpolpare le proprie file poco incoraggianti. Come dimostra uno studio del demografo Giancarlo Blangiardo, le previsioni fino al 2037 indicano una caduta costante della popolazione in età scolare, ben al di sotto degli altri Paesi europei. Popolazione a parte, sui millennials pende una domanda che ha già scomodato studi, analisi e statistiche: sono davvero più poveri rispetto a chi li ha preceduti? Si muovono in un mercato del lavoro più inospitale? La risposta è sì. Ma dipende sempre dalla metà del bicchiere che si decide di osservare.

NOI E GLI ALTRI (SENZA MIGRAZIONI)
Popolazione in età scolare (6-18 anni). Numeri indici (base 100=1/1/2018) Fonte: Eurostat, no migrations projectons

Ancora difficoltà sul mercato del lavoro
Partiamo dalle note dolenti per i Millennials di casa nostra: i dati più recenti

dell'Istat, riferiti alla media dei 9 mesi del 2017, segnalano per gli under 25 un tasso di occupazione del 17%, di disoccupazione al 35,4% e di inattività del 73,7%.
La situazione migliora (ma solo leggermente) se si allarga il confine dei “giovani” fino ai 35 anni: tasso di occupazione al 40,5%, di disoccupazione al 21,5% e di inattività al 48,4%. La distanza resta però abissale rispetto ai senior: tra i 35-49enni il tasso di occupazione è al 73%, quello di disoccupazione al 9,3% e quello di inattività al 19,5%.

Il confronto tra generazioni
. Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati Istat


Proviamo a spostare la linea del tempo indietro: come se la passavano i giovani degli anni Settanta, quando molti vivevano ancora sull'onda del Sessantotto, con tanta voglia di mettersi in gioco per cambiare le cose? Nel 1971, tanto per fare un esempio tra i ragazzi fino a 25 anni ne risultavano occupati quasi 4 su dieci, più del doppio rispetto a oggi. La disoccupazione invece era intorno al 10%, mentre oggi è quasi quadruplicata. Altri tempi. Senza contare che oggi, soprattutto tra i giovani, prevalgono i contratti a tempo determinato: nel 2017 ne sono stati attivati più di 1,7 milioni, rispetto ai 254mila contratti a tempo indeterminato.

Nuovi rapporti di lavoro attivati* nei mesi di gennaio - novembre degli anni 2015, 2016 e 2017 per genere e classe di eta'

Fonte: INPS - elaborazione al 10 Gennaio 2018


I risvolti sociali sono evidenti: la percentuale di 25-34enni che vive ancora con mamma e papà è passata dal 10% del 1971 fino a superare il 40% di oggi, e l'età del primo matrimonio è aumentata di circa 7 anni, secondo Eurostat l'età media nel 2015 era 32 anni, rispetto ai 25 del 1970. In Italia l'età media di chi lascia la casa di mamma e papà è di oltre 30 anni, mentre in Svezia si esce di casa a 19,7 anni e la media europea è di 26. La crisi economica poi ha pesato di più sui consumi delle famiglie giovani: nel pieno della recessione - tra 2008 e 2009 - la diminuzione degli acquisti degli under 35 è stata del 3,1%, quasi il doppio rispetto al -1,7% registrato sulla media globale delle famiglie italiane. In calo maggiore la spesa per trasporti, tempo libero e abbigliamento.

Millennials, i vantaggi: dall’istruzione all’Erasmus
Negli anni 70 appena il 14% della popolazione con meno di 30 anni aveva un diploma in tasca e i laureati erano solo l'1%. Vent'anni dopo è aumentata sensibilmente la quota di giovani diplomati: nel 1991 erano il 31,5% dei giovani under 30, mentre i laureati erano ancora su livelli molto bassi, il 3%. Oggi i diplomati sono al 46%, mentre i laureati sono intorno al 20%. La crescita del livello medio di istruzione è il più evidente, ma non l’unico vantaggio di essere nati dopo il 1987. I cosiddetti millennials sono più internazionali, abituati alle lingue straniere e avvantaggiati con le tecnologie, anche senza raggiungere la padronanza istintiva dei nativi digitali (a propria volta scavalcati dagli utenti più giovani). La mobilità all'estero, scandita da soggiorni di breve o lunga durata, è un'eventualità che affiora negli anni delle scuole secondarie e diventa di prassi all'università, agevolata da opportunità di scambio inesistenti fino a qualche decennio prima.

Il programma che è riuscito a “democratizzare” di più le esperienze oltreconfine è l'Erasmus, lanciato nel 1987 e capace di mobilitare nei suoi primi 30 anni di vita oltre 4 milioni di studenti in tutta Europa. Gli italiani, secondo i dati dell'agenzia Indire, hanno inciso per il 10%, con 41mila partenze stimate per il solo anno accademico 2017-2018. L'età media è di 23 anni, segno che esperienze sostanziali di vita all'estero scattano prima della laurea triennale e si prolungano magari fra gli studi biennali. Gli ultimi dati di Almalaurea, un consorzio che riunisce oltre 70 università, rivelano che il 12% dei laureati registrati nel 2017 ha svolto almeno un'esperienza fuori dall'Italia nel corso dei studi, con mete che variano dalla Spagna, al Regno Unito all'est Europa.

Inglese, questo (ex) sconosciuto
Anche se il legame non è automatico, la maggiore propensione a esperienze internazionali sembra riflettersi nella conoscenza media dell'inglese. In un Paese che soffre di tassi di anglofonia modesti, il 76% dei laureati italiani sostiene di parlare la seconda lingua «a buon livello», per salire all'80% nel caso dei laureati biennali. In entrambi i casi si tratta di medie che staccano di oltre 15 punti percentuali gli standard del resto della popolazione, anche nel più generico confronto sulle lingue straniere. Secondo un'elaborazione Istat riferita al 2015, la conoscenza di una lingua diversa dall'italiano interessa il 60,1% della popolazione sopra i 6 anni di età, alzandosi appunto all'80% tra i giovani sotto i 34 anni.

Oltre alle cosiddette soft skills, le abilità caratteriali, la combinazione tra bilinguismo (lavorativo) e la consuetudine con le esperienze internazionali favorisce i trasferimenti per ragioni professionali. Un'analisi del Centro studi di Confindustria, pubblicata in autunno, ha lanciato l'allarme di 260mila under 40 trasferiti all'estero tra 2008 e 2015. Il dato è grave perché non si bilancia con l'afflusso di talenti stranieri, ma non di per sé. La mobilità internazionale di professionisti è una chance che viene data quasi per scontata tra chi ha meno di 30 anni ed è elastico, per sua natura, agli spostamenti. Lavorare all'estero non viene percepito come una condanna o un obiettivo, ma in maniera più sobria: un'opzione, commisurata a fattori come prospettiva di carriera e retribuzione.

L’asso nella manica: le tecnologie

Sono ancora le stime di Almalaurea a spiegare la maggiore padronanza dei laureati con gli strumenti informatici. Il 65% dei dottori triennali e magistrali dichiara di avere una buona padronanza dei mezzi digitali, anche se la categoria è abbastanza generica. Essere a proprio agio con le tecnologie significa variamente maneggiare con scioltezza più dispositivi, sapere sfruttare i social network, fare uso di chat e videochiamate rispetto ai tempi lungo del telefono, impadronirsi delle basi della programmazione. Aspetti che saltano agli occhi di un datore di lavoro, non necessariamente come voce scritta sui (moribondi) curricula online. «La propensione alle tecnologie non è una competenza tecnica, è proprio un modo di ragionare» spiega Roberto Rossi, capo della sezione Technologies della multinazionale olandese delle risorse umane Randstad.

Rossi non pensa che le tecnologie in quanto tali facciano la differenza tra le competenze di un candidato giovane, visto che la conoscenza media del settore è quasi omogenea. Ma possono tradursi in un vantaggio competitivo nell'attività di lavoro, quando si tratta di sfruttare tools che rientrano naturalmente nelle proprie corde. Mentre le vecchie aziende vanno alla ricerca di candidati «con buona conoscenza del pacchetto Office» e organizzano conferenze telefoniche, ribattezzate puntualmente call, i neoassunti sotto i 30 e i 25 anni sono già abituati a segnarsi scadenze su app, discutere via Skype e inviarsi documenti su Whatsapp. Sembrano ovvietà, ma basta andare a ritroso per rendersi conto del contrario. «Danno una marcia in più quando si lavora, sono elementi abilitanti – dice Rossi - E permettono di essere più produttivi rispetto agli altri». Con “altri” si allude alle generazioni precedenti, anche se la logica non è quello di uno scontro anagrafico. Semmai di una transizione, naturale, verso profili che hanno ma turato competenze tecniche e sono abituati all’idea di doversi reinventare nelle maglie dell’economia digitale. Qualunque cosa significhi per la loro carriera. L’incertezza, altra grande specialità dei millennials.

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