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In agenzia il lavoro cresce a doppia cifra

SOMMINISTRAZIONE

In agenzia il lavoro cresce a doppia cifra

Uno, due, tre, forse più. Si potrebbe andare avanti ancora a contare, ma la verità è che ormai abbiamo perso il conto di quante volte, negli ultimi venti anni, sia cambiato il diritto del lavoro: oggi è la materia più volatile che ci sia». Da un paio di mesi Alessandro Ramazza siede sulla poltrona di presidente di Assolavoro da cui guarda con serenità al 2017 che si è chiuso con una crescita vicina alle due cifre. E traccia prospettive buone anche per il 2018: «La previsione è di chiudere con una crescita tra il 7 e il 10%, percentuali di crescita confermate dal mese di gennaio», dice. Effetto voucher? Non proprio, per il presidente di Assolavoro: «L’effetto più evidente c’è stato per il lavoro a chiamata che si può considerare lo strumento attraverso cui le imprese hanno sostituito il voucher».

La somministrazione cresce e questo si vede anche nel tasso di penetrazione delle agenzie nel mercato del lavoro italiano(i lavoratori somministrati full time equivalent rispetto alla forza lavoro del paese): dal 2005 ad oggi è pressoché raddoppiato, passando dallo 0,9% all’1,7%. «Non dimentichiamo che nel mezzo c’è stato il lungo periodo della crisi economico finanziaria che ha fortemente colpito il settore - ricorda il presidente di Assolavoro -. Il dato attuale comunque ci allinea alla media Ue. Va inoltre sottolineato che nel 2017 sono stati circa 640mila i lavoratori che hanno avuto accesso a una reale occasione di lavoro tramite agenzia: di questi più della metà ha meno di 34 anni. Inoltre il 10% dei somministrati ha un contratto a tempo indeterminato e l’80% lavora per più di 6 mesi all’anno». Nella trattativa per il rinnovo del contratto nazionale i sindacati lamentano però il tema della brevità delle missioni: «Premesso che è nel nostro interesse fare lavorare i lavoratori il più possibile, non possiamo perdere di vista che vi sono settori che vivono di missioni giornaliere. L’obiettivo che ci siamo dati è la creazione di lavoro quanto più stabile possibile».

Al di là dell’attività delle imprese, il mercato del lavoro avrebbe però bisogno «di una certa stabilità. È un’esigenza di tutti quella di evitare di imbattersi in bruschi cambiamenti normativi. Ogni forza politica ha una sua posizione, ma è paradossale come ci si concentri sulla regolazione del lavoro piuttosto che sul modo in cui ampliare la base degli occupati». In questo, secondo Ramazza, ci sono stati provvedimenti più utili di altri: «Quelli del ministro Carlo Calenda, come per esempio Industria 4.0, sono stati importanti per favorire la crescita dell’industria e dell’occupazione», mentre il Jobs act «ha aiutato perché ha creato delle condizioni normative di maggiore certezza per le imprese. È stato utile avere il Jobs act in una fase di ripresa dell’economia, è uno strumento che ha senza dubbio favorito l’occupazione. Ma favorire non vuol dire creare».

Se gli aspetti quantitativi sono importanti, non lo sono meno quelli qualitativi. Il livello del lavoro intermediato dalle agenzie è cresciuto notevolmente negli anni e proprio le agenzie hanno rappresentato un canale utile per l’emersione del lavoro nero. Alcuni esempi. «Nella somministrazione le retribuzioni sono aumentate più del numero delle ore lavorate. Inoltre i profili professionali sono di livello sempre più alto. Il 15% di chi passa dalle agenzie ha almeno un’esperienza di lavoro nero alle spalle e quindi le agenzie sono da considerare uno degli strumenti per fare emergere il lavoro irregolare. Il settore inoltre si sta qualificando nella ricerca di personale più qualificato, con un balzo delle richieste dovuto all’informatizzazione e alla digitalizzazione», elenca Ramazza. Capitoli questi ultimi non facili perché «c’è un problema di alfabetizzazione digitale e di formazione tecnica alta. Servirebbe una maggiore diffusione degli Its. In Italia li frequentano circa 10mila ragazzi, un numero molto lontano dai 700mila della Germania e dai 300mila della Spagna. In realtà si tratta di percorsi che oggi danno elevata garanzia di inserimento lavorativo e quindi bisognerebbe dare una maggiore spinta a questi istituti. Così come alle politiche attive».

E qui si apre un altro capitolo complesso perché «in Italia l’Anpal è nata per essere il soggetto nazionale delle politiche attive e del lavoro, però - dice Ramazza - oggi queste politiche sono ancora una prerogativa delle regioni e quindi ci troviamo nella difficile situazione di dover fronteggiare 20 regolamenti diversi. Non è paradossale che quello che vale a Piacenza, non vale a Cremona?».

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