Economia

L’Italia condannata per un documento dimenticato

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L’Italia condannata per un documento dimenticato

Riassunto in 27 parole: la discarica abusiva è stata risanata, il ministero dell’Ambiente si dimentica per sette anni di avvisare Bruxelles del disinquinamento avvenuto, i giudici europei condannano l’Italia.
Così costa due centesimi a testa per ciascuno dei 38,5 milioni di contribuenti italiani, immigrati compresi, la leggerezza di aver dimenticato per sette anni un documento chiuso dentro un fascicolo abbandonato su uno scaffale polveroso di un armadio addormentato nel ministero dell’Ambiente.
Quel documento dimenticato nel brutto casermone romano del ministero all’incrocio tra via Cristoforo Colombo e via Capitan Bavastro era la prova provata dell’innocenza ma non è stato spedito ai giudici europei; così l’Europa ha appioppato all’Italia una multa immeritata di 776mila euro.
Per questo motivo l’altro giorno la Corte costituzionale ha disapprovato con severità il comportamento lazzarone dello Stato nella vicenda della discarica Razzaboni, discarica che era stata disinquinata senza che l’Europa ne fosse informata.

Le tappe dell’intoppo

Ecco le tappe della costosa vicenda. La questione era nata a San Giovanni in Persiceto, nella più orizzontale pianura bolognese verso il confine con il Ferrarese.
Un terreno lungo l’argine del torrente Samoggia era stato trasformato in una discarica di pessima qualità, la discarica L.Razzaboni Srl.
Nel 2001 la Forestale scoprì il luogo su cui i camion rovesciavano porcherie d’ogni tipo.
Due anni dopo, nel 2003, partì da Bruxelles la procedura europea d’infrazione per il mancato risanamento.
Dopo quattro anni, nel 2007 ci fu una prima sentenza di condanna.
Passati altri due anni, nel 2009 il risanamento della discarica Razzaboni era stato completato.

Il documento di avvenuta bonifica fu recapitato al servizio Rifiuti del ministero. E lì rimase: il ministero dell’Ambiente — to’ che sventatezza! — si scordò di avvisare Bruxelles del risanamento che avrebbe messo fine al contenzioso.
Passarono altri cinque anni durante il quale il certificato di avvenuta bonifica si ricoprì di nuove giaciture di polvere ministeriale fino al 2 dicembre 2014, quando la Corte europea di giustizia, la quale non era stata avvertita del disinquinamento, sanzionò l’Italia a 776.017 euro (in lettere: settecentosettantaseimiladiciassette) come multa per il mancato risanamento della discarica Razzaboni.
Il ministero continuò il suo pavido mutismo con l’Europa ma tuonò con duro coraggio contro la Regione Emilia-Romagna: voi emiliani avete inquinato — disse Roma — e voi emiliani dovete pagare. E lo Stato girò a Bologna la fattura europea affinché pagasse la Regione.
La Regione Emilia-Romagna si rivolse indignata alla Corte Costituzionale accusando lo Stato di diverse nefandezze. La settimana scorsa i giudici, relatore il costituzionalista Giuliano Amato, hanno sentenziato.

La sentenza della Corte Costituzionale

In sostanza, la Corte Costituzionale dice che la Regione non ha titolo per rivendicare nulla, ma dice anche che non sono in difetto né la Regione né il Comune di San Giovanni in Persiceto.
Chi è in difetto è lo Stato, il cui ritardo di ben sette anni nel trasmettere alla Commissione europea i documenti che certificano la bonifica della discarica si traduce «in un danno per la collettività», scrive la sentenza.
La reprimenda è contenuta nella sentenza numero 28 con cui sono stati dichiarati inammissibili i conflitti promossi dalla Regione Emilia Romagna contro lo Stato per la vicenda della discarica Razzaboni. Anche se sono inammissibili i ricorsi di Bologna contro lo Stato di Roma, i giudici costituzionali hanno apertamente stigmatizzato la condotta negligente dello Stato; l’atteggiamento svogliato è sintomo di mancanza di collaborazione fra le istituzioni ed è fonte di danno per la cittadinanza.
Scrivono i giudici costituzionali: «È ineludibile e grave dover constatare che lo Stato, non fornendo la pur possibile dimostrazione richiesta dalla Corte di giustizia, ha provocato il pagamento di penalità che si risolvono in un danno per la collettività». Appunto quel paio di centesimi in più che tutti i 38,5 milioni di contribuenti italiani hanno dato per una condanna immeritata.

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