Economia

Nella fabbrica della frutta tra datteri e robot Kuka

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AGROALIMENTARE

Nella fabbrica della frutta tra datteri e robot Kuka

Qui, in alto, sul colle di Cadibona, la brezza del mare non la senti. Eppure Noberasco, che da qualche anno ha trasferito lo stabilimento da Albenga a Carcare, sempre in provincia di Savona, conserva con il Mediterraneo un rapporto ancora speciale. Senza questa porta sul mondo sarebbe un’azienda diversa. È la vicinanza al mare che l’ha portata, in oltre un secolo di attività, ad allacciare e mantenere attraverso generazioni legami con coltivatori in ogni angolo del pianeta. E ancora oggi è solo da Genova che provengono tutte le noci, i datteri, le prugne, le albicocche e gli altri frutti che l’azienda lavora e confeziona ogni giorno.

Il nuovo stabilimento di Carcare sembra un’enorme «camera bianca». Quasi ci si immagina di dovere indossare guanti e cuffietta non solo nel reparto produttivo, ma anche negli uffici del marketing. In questa fabbrica la famiglia Noberasco, che guida l’azienda da 110 anni, ha investito 50 milioni. Una scelta che ha anticipato i tempi rispetto alla spinta italiana all’automazione impressa dal piano Industria 4.0.

Automazione nello stabilimento Noberasco di Carcare

La frutta arriva in container via mare dai cinque continenti - viene scaricata a Genova, ma presto dovrebbe aprire anche la nuova piattaforma di Savona - poi affronta gli ultimi chilometri in autostrada prima di approdare qui.

«Riceviamo un semilavorato - spiega Mattia Noberasco, amministratore delegato e pronipote del fondatore -, che dal campo ha subito una prima trasformazione». La frutta morbida arriva essiccata e viene reidratata e pastorizzata in tre impianti, ciascuno in grado di servire due linee di confezionamento a caldo e sterilizzazione. Altre quattro linee sono per la frutta secca. L’impianto può lavorare 150 tonnellate al giorno. Da qui in poi la presenza umana si limita al coordinamento. Una volta confezionato, il prodotto viene gestito da tre robot Kuka e poi spostato da muletti senza guidatore all’interno del magazzino automatizzato: un enorme labirinto di pallet e di scatoloni dove c’è spazio solo per i corridoi percorsi da altri robot. L’automazione nella logistica facilita la gestione dei dati. «Il passaggio e lo stoccaggio delle informazioni - spiega Noberasco - funziona ormai da sistema a sistema, attraverso smartphone o tablet. È un processo necessario anche per agevolare i controlli previsti dalle certificazioni, che avvengono a sorpresa».

Negli ultimi anni l’azienda ha gestito un cambiamento radicale, che ha portato all’allargamento della gamma prodotti e al raddoppio del fatturato, passato in 5 anni da 65 milioni ai 135 milioni del 2017 (erano 122 l’anno scorso) con l’obiettivo di crescere di un altro 10% a fine anno. Nello stesso periodo sono raddoppiati anche i dipendenti; da 75 a 150. L’azienda crede nella crescita (l’anno è stato chiuso a 18mila tonnellate, ma ha una capacità di 30-35mila tonnellate) come confermano gli ampi spazi ancora inutilizzati nell’area dove sorge il nuovo stabilimento.

Il piano di sviluppo punta ora sull’estero, in particolare in Francia, dove l’azienda è già presente con una piccola rete vendita, e in Germania. «Anche a causa della crisi - dice l’ad - siamo passati da un consumatore tradizionalmente legato alla dispensa a un’utenza più consapevole, attenta al benessere, più orientata alle confezioni monodose». Il 95% del fatturato deriva ancora dalla gdo, mentre l’azienda programma nuove aperture di negozi monomarca dopo quelli inaugurati ad Albenga, Milano e Torino, e sperimenta la presenza nelle vending machine.

L’intuizione del bisnonno di Mattia, che aveva iniziato a commerciare primizie della piana di Albenga, fu importare datteri dalla Tunisia sfruttando il porto di Marsiglia. Dopo la rivoluzione del bio (Noberasco ha inaugurato la prima linea dedicata nel 2010) ora quel dattero, quello dentro la vaschetta per la ricorrenza natalizia, rappresenta il passato, spodestato da superfruits e barrette. «Le festività pesano per circa il 5% del fatturato - spiega l’ad -. Ma c’è ancora spazio per costruire valore aggiunto. Il dattero per esempio sta ritrovando popolarità, noi lo proponiamo in nuovi formati e qualità - prosegue, squadernando i prodotti sulla scrivania -, sfruttando la flessibilità di soluzioni che garantisce il nuovo impianto. Certo, la tradizione è difficile da stravolgere».

In Italia Noberasco compra oggi castagne, pomodori, mandorle e nocciole. Mattia Noberasco sogna l’ennesima «fuga in avanti»: costruire una nuova filiera tutta italiana con la frutta fresca di qualità (albicocche, pesche). «Ne stiamo valutano l’opportunità, vorremmo provarci -rivela -: le primizie del made in Italy potrebbero avere un riscontro, sia in Italia che all’estero».

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