Economia

Il rame italiano riparte con Kme

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METALLURGIA

Il rame italiano riparte con Kme

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Prima di arrivare alla Kme ci devi passare davanti per forza, dopo avere lasciato alle spalle le cartiere che continuano a sbuffare vapore acqueo. Il ponte del diavolo è un piccolo passaggio pedonale in pietra con un arco accentuato, impossibile da realizzare se non, dice la leggenda, dopo un patto con il demonio. Viene da pensare che anche il nuovo amministratore delegato di Kme Italy, Claudio Pinassi, abbia dovuto fare un accordo del genere per rimettere in carreggiata questo stabilimento, l’ultimo polo dell’ex impero del rame italiano della famiglia Orlando.

L’attività ha patito la stagnazione del mercato edile e la scarsa flessibilità della struttura impiantistica. Gli esuberi individuati sono 275 su circa 600 addetti e 3 anni fa sembrava tutto già deciso. I forni spenti, i semilavorati importati dalla Germania e la prospettiva di una chiusura o in alternativa una riconversione alla coltura idroponica dura da accettare (e da immaginare) per un territorio che fonde e produce rame da un secolo.

Difficile però pensare Fornaci di Barga senza Kme: quest’azienda è il paese, con i suoi 500mila metri quadrati di superficie, una fabbrica letteralmente attraversata ogni giorno da studenti e pendolari che scendono verso Lucca e passano con il treno sui binari che tagliano in due la fabbrica. Rimettere in carreggiata l’attività è stato l’impegno della famiglia Manes, che attraverso Intek controlla Kme ag e, a cascata, tutte le attività europee (40 milioni le perdite nel 2016). «Il mio mandato è rilanciare l’azienda - conferma Pinassi, cresciuto in Kme -, e credo che ce la stiamo facendo». Pinassi forse non avrà fatto un patto con il diavolo, ma con i lavoratori sì. Il rilancio passa da nuove scelte produttive e impiantistiche, da una fase positiva di mercato, ma, prima di tutto, da un accordo sindacale singolare. «Con il contratto di solidarietà abbiamo convinto parte dei dipendenti a lavorare fuori dalla fabbrica - spiega Pinassi -. Una rotazione non poteva funzionare con un numero di esuberi così elevato; 150 persone sono state indirizzate in strutture no profit, con la garanzia che al termine sarebbero rientrati». Alcuni si sono trovati a gestire la manutenzione del verde di Barga o di altri Comuni, altri hanno fatto i cuochi per una mensa, altri ancora hanno lavorato in cooperative sociali. «Siamo partiti dalla domanda e poi abbiamo formato le persone - spiega Pinassi -. Per alcuni è stato difficile da accettare ma ora che il percorso sta per finire è possibile definirlo un successo». Il 4 settembre scadrà la solidarietà, gli esuberi si sono ridotti a un’ottantina.

Sul piano produttivo, l’azienda ha lasciato spento il vecchio forno a gas Asarco, revampando un forno elettrico per il rame, che si affianca ad un analogo impianto che già produce le fusioni in ottone. «Ora la fonderia è più efficiente e correttamente dimensionata, con una produzione di 55mila tonnellate - spiega Pinassi -. Il nostro obiettivo è portarci almeno a 80mila tonnellate in due anni. Abbiamo fatto il nostro: ora è solo questione di domanda». Con gli acquisti dell’edilizia ancora fermi, Kme si è riposizionato il più possibile sui laminati industriali, vale a dire «tutto quello che è in cima e in fondo al filo elettrico» sintetizza Pinassi. I settori di destinazione sono automotive, macchine utensili, domotica. «In futuro - spiega - prevediamo un aumento dell’utilizzo nell’auto, grazie ai modelli ibridi, che portano fino a 90 kg di rame rispetto ai 24 di un veicolo tradizionale»

Si potrebbe anche accendere un terzo forno. La bolletta elettrica ha beneficiato di un risparmio di circa 2milioni (su un totale di 7) grazie al decreto Calenda, ma il fattore energia resta fondamentale. Per questo l’azienda ha lanciato l’idea dell’autoproduzione di energia costruendo un pirogassificatore, chiamato a incenerire gli scarti di lavorazione delle cartiere della zona. «Risolveremmo due problemi in un colpo solo - spiega Pinassi -. Siamo ancora al progetto, ma l’obiettivo è un impatto ambientale inferiore a quello attuale, altrimenti non lo facciamo». L’opposizione sul territorio si è già organizzata, ma Pinassi è fiducioso, mostra dove immagina possa sorgere l’impianto e indica un’altra area dove pensa di costruire un centro di eccellenza per l’economia circolare: «Kme guarda avanti - spiega -: a settembre cercheremo di prolungare gli ammortizzatori per un anno, parte dei lavoratori potrebbe essere coinvolta nella costruzione dell’impianto».

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