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Dossier Il vino naturale conquista mercati

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    Dossier | N. 11 articoliRapporto Toscana

    Il vino naturale conquista mercati

    Il profeta del vino naturale, Lorenzo Corino, e la signora delle fattorie biodinamiche, Antonella Manuli, sono i simboli di una Toscana che punta tutto sul rispetto dell’uva e della terra, senza compromessi. Assieme a loro, una pattuglia di produttori coraggiosi di vino naturale o di fuoriusciti dai consorzi (per alzare l’asticella oltre i disciplinari) sta ottenendo successo commerciale e di critica. «Più all’estero che in Italia, per la verità: ci apprezzano molto in Giappone, negli Stati Uniti e nel Nord Europa», racconta Manuli, che ha voltato le spalle prima alla multinazionale di famiglia (Manuli rubber industries), poi alla finanza, poi alle Terme di Saturnia Spa & Golf portate al successo (e vendute a fine 2017 dalla famiglia), per dedicarsi dal 2008 alla Maliosa, a Manciano (Grosseto).

    Dal 2013, con il ricercatore - 90 pubblicazioni scientifiche alle spalle - e produttore di eccezionali vini piemontesi Lorenzo Corino, ha sviluppato delle tecniche agronomiche innovative all’insegna della sostenibilità. Insieme, hanno brevettato il Metodo Corino, che racconta una viticultura leggera, con produzioni limitate, niente chimica sui suoli, fatta di potature e poco altro e in cantina fermentazione con lieviti indigeni, spiega il ricercatore-vignaiolo. «Una storia di pazienza e dedizione – aggiunge Manuli – perché dopo la conversione al naturale, la prima vendemmia utile avviene dopo cinque anni. Solo adesso, quindi, possiamo raccogliere i frutti di tanto lavoro, con una produzione di 15-20mila bottiglie che speriamo di portare a 20-35mila e con bei successi commerciali: da ieri i Premium box del Metodo Corino (i vini di Case Corini e quelli della Maliosa proposti assieme) sono venduti in Svezia, nel regime chiuso gestito dal monopolio di Stato».

    I vignaioli naturali difendono una cultura enologica antica. Ad esempio, nel Chianti ripropongono il vitigno principe Sangiovese alla maniera tradizionale, con una buona acidità, un sentore di amarena e lampone e il tannino a volte irruento. Il lavoro “dissidente” di Giovanna Tiezzi dell’Azienda agricola Pacina e di Giovanna Morganti del Podere Le Boncie, a Castelnuovo Berardenga, sono esempi di una difesa anche “culturale” del territorio. Il Podere Santa Felicita, affidato allo stimato agronomo Federico Staderini, nell’Aretino, ha invece optato per il Pinot Noir, a discapito del classico Sangiovese. Di certo, molti hanno ritrovato l’orgoglio del loro territorio con il vino naturale, come il Podere Bellosguardo della famiglia Miraglia e l’azienda Sàgona di Daniele Corrotti, entrambe nell’Aretino. C’è poi il capitolo biodinamico, con aziende interessanti come Podere Concori e Tenuta Lenzini, sulle colline lucchesi e Stefano Amerighi a Cortona, raccontano al ristorante Ratanà di Milano, che vanta un’enoteca da 600 etichette, per il 70% bio. «Questa nicchia vale il 3,5% dell’export di vino, per il solo bio certificato; non esistono stime invece sul vino naturale non certificato, ma l’interesse è in aumento - commenta Denis Pantini, responsabile del Wine monitor Nomisma -. La Toscana è in conversione bio significativa, con una percentuale di superficie vitata bio più alta di quella nazionale». Ma ilvino naturale ha anche un valore sociale alto, perché offre una possibilità di riscatto e orgoglio a giovani preparati che decidono di restare nei luoghi di nascita e prendersi cura della terra.

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