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In 5mila per lavorare nel primo store milanese di Starbucks

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In 5mila per lavorare nel primo store milanese di Starbucks

Starbucks è trendy. È fantastico che apra a Milano e con un format particolare come quello della Roastery Reserve. Sono sicuro che avrà successo e spero di far parte di questo progetto, di crescere dentro questa azienda». Pierluigi ha 26 anni, è originario di Bari e da alcuni anni lavora nel capoluogo lombardo come stewart, ma quando ha saputo che la multinazionale americana del caffè cercava personale per il primo punto vendita italiano, non ha avuto dubbi a caricare online il proprio curriculum, sperando di essere uno dei 150 fortunati che lavoreranno nella Milan Reserve Roastery di Piazza Cordusio, a partire dal prossimo settembre.

Anche Davide, 27 anni, di Vignate, ha già un lavoro a tempo pieno, ma spera di entrare a far parte della nuova squadra. «Sono affezionato al brand – racconta –. Viaggio molto all’estero e per me è un punto di riferimento. Se non sarò assunto, sarò sicuramente un assiduo cliente!».

All’azienda sono pervenute 5mila domande, spiega il presidente Emea di Starbucks, Martin Brok, venuto a Milano per incontrare, insieme con il general manager della Roastery milanese Giampaolo Grossi, i 500 candidati selezionati attraverso una prima scrematura.

Tutti (o quasi) giovani e giovanissimi, in arrivo da ogni parte d’Italia, con l’ambizione – fa notare Brok – non soltanto di trovare un posto come barista o cameriere, ma anche di fare parte di un gruppo internazionale che ha un brand forte e amato dai Millennials. È il caso di Sara, 19 anni, milanese, che dopo il diploma ha passato sei mesi a Londra e ha trovato nelle caffetterie Starbucks «un luogo dove fermarmi a studiare o passare il tempo con gli amici. Mi piace come ambiente, per i servizi che offre, oltre che per il caffè, e per questo vorrei lavorarci».

A Londra, in effetti, Starbucks è soprannominato «the third Place», il «terzo luogo», dopo casa e ufficio, dove i giovani passano la maggior parte della giornata, ci spiega Anna, 37 anni, che ha vissuto dieci anni nella capitale britannica lavorando proprio da Starbucks (prima come barista part time, poi come supervisor, assistant manager e infine manager di negozio): ora è tornata in italia e sarà una degli operations manager della Roastery. Che, racconta ancora Anna, avrà una torrefazione interna e servirà soltanto miscele pregiate «Starbucks Reserve», prodotte da piccoli coltivatori indipendenti. Accanto alla tradizionale offerta Starbucks, e all’immancabile espresso, sarà in vendita anche uno speciale caffè filtrato, fatto sul momento (tempo di preparazione, circa 3-4 minuti).

Il tutto, all’interno dei 2.400 metri quadrati dell’ex Palazzo delle Poste che ospiterà anche una panetteria Princi. «Una location spettacolare di cui siamo molto orgogliosi», aggiunge Brok.

Per entrare nel mercato italiano si è scelto dunque il format «premium» del gruppo, la Roastery, di cui ora esistono soltanto altri due esempi (Seattle e Shanghai), ma che raggiungerà i 20-30 negozi entro qualche anno.

Del resto l’Italia è considerata una sfida molto difficile per il colosso americano fondato 47 anni fa a Seattle da Howard Schultz, che pure è già presente in 76 Paesi del mondo con quasi 28mila caffetterie e 300mila dipendenti (per il 70% under 30). È dal 1983 – quando Schultz venne per la prima volta a Milano – che il fondatore coltiva il sogno di aprire nel nostro Paese. «Ma serviva un modo appropriato e rispettoso», precisa Martin Brok. Starbucks ci crede, assicura il manager: «Milano è la città giusta. Giovane, creativa, internazionale. È la città che ha dato forma al nostro stesso progetto e su cui stiamo facendo investimenti multimilionari». Entro fine anno apriranno altri negozi (il numero ancora non è ufficiale), secondo il format tradizionale, ma sempre con un’offerta di fascia alta. Ciascuno occuperà almeno 20 dipendenti, per un totale di circa 300 assunzioni entro il 2018.

E dopo? «Stay tuned», risponde Brok: «Il nostro focus per ora è su Milano».

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