Economia

Il salto di qualità necessario sui fondi strutturali

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Le sfide dell’italia in Europa

Il salto di qualità necessario sui fondi strutturali

(Afp)
(Afp)

I dati sulla velocità di spesa dei fondi strutturali a fine 2017 non sono positivi. Questo non significa affatto che, come spesso superficialmente si sente dire, siano “sprecati” o vengano “restituiti all’Europa”. Si tratta di una delle principali fonti finanziarie per la realizzazione di investimenti in Italia, specie al Sud. I ritardi si riferiscono a una valutazione intermedia dei programmi 2014-20, e nei cicli precedenti si è sempre poi riusciti a certificare la stragrande maggioranza delle disponibilità in tempo. Tuttavia sono lecite serie preoccupazioni: una spesa troppo lenta non accompagna e stimola l’economia in anni di lenta ripresa; proprio nel ciclo precedente, dopo un primo difficilissimo quadriennio, si rese necessaria una manovra di rilevante riprogrammazione; l’accavallarsi delle scadenze nell’ultimo periodo non favorisce la qualità; la certificazione finale avviene anche rendicontando spese già finanziate da risorse nazionali, riducendo così l’impatto complessivo dei programmi europei.

Perché questo accade? Purtroppo la disponibilità di dati e analisi ufficiali negli ultimi anni si è ridotta, e bisogna esprimere giudizi con una certa cautela. Tuttavia, i notevoli ritardi potrebbero dipendere, come in passato, da almeno quattro principali cause.

In primo luogo, il disegno dei programmi: con queste risorse si vogliono raggiungere contemporaneamente troppi obiettivi, e si mettono in atto quadri di intervento troppo articolati. Il notevole lavoro preparatorio realizzato nel 2013 dal Governo Letta, per semplificare il quadro d’insieme e concentrare fortemente gli interventi, fu malauguratamente abbandonato dal Governo Renzi appena insediato, che presentò alla Commissione una proposta assai simile a quella del ciclo precedente, senza far tesoro dai problemi che si erano registrati.

In secondo luogo, il ciclo delle opere pubbliche, che continuano a rappresentare una quota significativa della spesa dei fondi strutturali nel Mezzogiorno. Il ciclo delle opere in Italia, come purtroppo ben noto, è assai lungo, fra progettazioni, appalti, revisioni, realizzazione degli interventi, collaudi e certificazioni. Il monitoraggio Uver al 2013 mostrava che, per un’opera compresa fra 5 e 10 milioni di costo, occorrevano normalmente più di sette anni; l’intera durata del bilancio comunitario. Per non parlare di quelle di importo maggiore. Anche in questo caso sarebbe stato forse opportuno far tesoro dell’esperienza, e caricare il finanziamento degli interventi infrastrutturali sulle risorse nazionali del Fondo sviluppo e coesione.

In terzo luogo la spesa è fortemente legata alla qualità delle amministrazioni pubbliche nazionali, regionali e delle amministrazioni locali cui sono affidate le diverse fasi. Essa in Italia non eccelle, pur essendo assai variabile. Difficile immaginare che negli ultimi anni sia migliorata, in presenza di estesi blocchi del turnover che ne hanno ridotto le dimensioni, e impedito l’ingresso di giovani qualificati.

Infine, la circostanza che troppo spesso la spesa viene frammentata in una pluralità di interventi, spesso per motivi di “visibilità” politica: operazioni che riducono, anche notevolmente, l’impatto complessivo. Anche in questo caso le dinamiche italiane, i meccanismi di acquisizione di consenso e selezione delle classi dirigenti non paiono certo indicare cambiamenti positivi.

Nell’insieme la situazione non è migliorata rispetto al ciclo precedente. In particolare le istituzioni tecniche nazionali non sembrano essere riuscite a giocare quell’essenziale ruolo di stimolo e coordinamento in particolare delle Regioni. L’azione degli ultimi due esecutivi sembra essere stata più orientata dalla esigenze di visibilità e comunicazione intorno a quanto si andava facendo, e dall’impermeabilità a critiche e suggerimenti, che dalle necessità di un’azione determinata volta a superare, almeno in parte, gli ostacoli di cui si è detto.

I fondi strutturali sono una fondamentale politica pubblica; l’unica politica europea volta allo sviluppo. Essi non sono la causa dei problemi di cui si è detto, e le altre politiche pubbliche non sono prive di ritardi, anche cospicui: semplicemente non vengono misurati. Sono piuttosto una spia, molto interessante, di gravi criticità irrisolte del sistema Italia, al centro e in periferia. Tema fondamentale per il nuovo esecutivo, quale esso sia.

*Docente all’Università di Bari

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