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Il global warming spinge a Nord vigneti e vendemmia

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Il global warming spinge a Nord vigneti e vendemmia

Vigneti alle pendici dell’Etna
Vigneti alle pendici dell’Etna

Con il progressivo innalzamento delle temperature i vigneti italiani ed europei si stanno spostando sempre più a Nord e sempre più in altitudine. Se non si vuole del tutto abbandonare la viticoltura e l’agricoltura così come le conosciamo in alcune aree del Sud di Italia e d’Europa bisogna correre ai ripari azzerando ogni diffidenza nei confronti della ricerca. È quanto è emerso nel corso di un incontro a Rima, nella sede dell’Alleanza delle cooperative italiane, dal titolo «Vigneti sostenibili per climi insostenibili», al quale hanno preso parte anche rappresentanti della cooperazione vitivinicola di Francia e Spagna.

La pianura padana come il Pakistan
«Con l’attuale trend di innalzamento delle temperature - ha spiegato il presidente della Società meteorologica italiana, Luca Mercalli - a fine secolo si prevede un ulteriore innalzamento delle temperature di 5 gradi. In questo quadro la pianura padana rischia di diventare come il Pakistan e intere aree come la Sicilia, la Puglia e la Sardegna corrono un serio rischio desertificazione con conseguente impossibilità di continuare a coltivare la vite. Bisogna correre ai ripari e farlo con una strategia e con un serio investimento in responsabilità, costanza e volontà».

Contromisure e attuazione
Qualcosa da fare nell’immediato già ci sarebbe ma spesso non viene preso in seria considerazione. La ricerca genetica degli ultimi venti anni ha ad esempio sviluppato alcune varietà di vite resistenti, resistenti a climi estremi (perché necessitano di una minore quantità di acqua) come anche alle malattie della vite e ai parassiti (e quindi richiedono un minor ricorso ai trattamenti chimici con indubbi vantaggi sia in termini di minori costi che di minore impatto ambientale) ma che faticano ad affermarsi. La loro introduzione nel registro delle varietà di vite risale al 2013 ma da allora solo tre regioni in Italia ne hanno autorizzato l’utilizzo: Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Tre regioni del Nord tra l’altro, quando il loro utilizzo dovrebbe essere consigliato innanzitutto al Sud.

«Nel vino si riscontra una inspiegabile avversione alle novità della genetica – ha spiegato il docente di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Milano, Attilio Scienza - che non si riscontra ad esempio nell’ortofrutta dove nuove cultivar frutto di incroci sono di continuo proposte al mercato senza contraccolpi. E questo nonostante gli indubbi vantaggi: la riduzione del ricorso alla chimica è tangibile (abbattimento dell’85% dei trattamenti per la peronospora e del 71% di quelli contro l’oidio, le due principali malattie della vite) e dovrebbe consigliare l’adozione di tali varietà nella viticoltura biologica o nei vigneti posti vicino ai centri abitati. Ma non accade».

La situazione francesce
E la “freddezza” nei confronti delle ultime innovazioni sviluppate dalla genetica non sono solo italiane. Le dieci varietà resistenti sono tutte derivate da vitigni internazionali come Cabernet, Merlot o Sauvignon. E in Francia ne è sì autorizzata la coltivazione ma non si può far riferimento al nome della pianta madre. Insomma un modo per prenderne almeno in parte le distanze.
«I nostri colleghi francesi – ha aggiunto la responsabile del settore vino di Alleanza Coop, Ruenza Santandrea – ci riferiscono da loro ci sono alcuni partiti politici anti agricoltura. Da noi nessuno è contro l’agricoltura, ma di politici contro la ricerca e l’innovazione ne abbiamo anche noi. Bisogna invece capire che abbiamo a che fare con problematiche serie e che senza ricerca e innovazione corriamo seri rischi».

Genetica e offerta di cibo
Eppure tra genetica e offerta di cibo esiste un legame indissolubile. “Quanto meno la ricerca genetica – ha aggiunto il docente dell’Università di Udine (partner di Vivai cooperativi Rauscedo e Unione italiana vini proprio sulla ricerca relativa alle varietà resistenti), Michele Morgante – è quella che nel tempo ha consentito all’agricoltura di aumentare la produzione al crescere della popolazione mondiale. Anzi, occorrerebbe aumentarla ancora di più. Invece molti continuano a preferire le suggestioni. Coloro che guardano all’agricoltura del passato sono un po’ come gli amanti delle auto d’epoca. Non riflettono mai che se tutti utilizzassero auto d’epoca aumenterebbero i consumi, crescerebbe l’impatto ambientale, si andrebbe tutti più piano e di certo saremmo meno sicuri. Insomma, vanno bene le nicchie, ma la realtà è un’altra cosa”.

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