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Dossier | N. 40 articoliIl design al Salone e al Fuorisalone: la settimana d'oro di Milano

Creatività, flessibilità e innovazione. L’Italia si conferma leader nella design economy

Il design fa bene all’economia italiana. E non solo perché rappresenta esso stesso un’industria con 29mila aziende in tutto il Paese, 48mila addetti e un fatturato di circa 4,3 miliardi di euro, ma anche perché le imprese italiane attive nel settore design (inteso come cultura del progetto e della creatività) si concentrano proprio nelle aree in cui è più alta la presenza delle filiere di eccellenza del made in Italy . Il che conferma lo stretto legame tra design e capacità competitiva delle aziende, nonché il ruolo strategico del primo nel rapporto tra ideazione e produzione.

Lo dimostrano i dati raccolti nel secondo rapporto Design Economy realizzato dalla Fondazione Symbola, in collaborazione con FederlegnoArredo, che ha cercato di misurare il valore di un’industria, quella del design, che rappresenta una «vera infrastruttura immateriale del made in Italy», come l’ha definita il presidente di Symbola, Ermete Realacci. E lo testimonia la presenza a Milano della più importante fiera internazionale del settore, il Salone del Mobile, che inaugurerà il 17 aprile.

La ricerca di Symbola prende in esame le imprese italiane che producono beni e servizi di design (dall’arredo alla moda, dall’architettura alla comunicazione, fino agli ambienti digitali), ma anche gli istituti di formazione, mettendoli poi a confronto con il resto d’Europa. L’Italia si conferma leader in Europa nel settore, con il 16,2% delle quasi 180mila imprese localizzate nell’Unione europea. Nonostante la crisi e la crescente competizione internazionale, negli ultimi cinque anni gli occupati sono aumentati dell’1,5%, mentre il fatturato del 3,6%. Primo per numero di aziende, il nostro Paese è invece al terzo posto (dietro Regno Unito e Germania) per numero di addetti, e al secondo (dopo la Gran Bretagna) per fatturato. Una conferma della frammentazione del tessuto industriale che, sebbene sia spesso additata come una delle cause della scarsa competitività dell’economia italiana, in questo caso rappresenta una forza e un valore aggiunto: «Le imprese italiane, piccole e piccolissime, hanno una flessibilità e una propensione al rischio che le rende uniche nel panorama internazionale – osserva Stefano Bordone, vicepresidente di FederlegnoArredo – e perciò attrattive anche per i designer e i progettisti di tutto il mondo».

Ma non è solo una questione di numeri. «Il Report dimostra la forte compenetrazione tra design e processo produttivo, e tra design e innovazione – fa notare Realacci –. Il design non è legato solo all’estetica ma anche alla capacità di risolvere problemi complicati, dall’ideazione di nuovi prodotti all’individuazione di nuovi mercati, fino alla ricerca di nuovi significati». È inoltre strategico, aggiunge il presidente Symbola, per sviluppare una nuova generazione di prodotti che rispondano, oltre al criterio della bellezza, anche a quelli della tecnologia e della sostenibilità ambientale, nel segno dell’economia circolare: efficienza, minore impiego di materia ed energia, riciclabilità, riutilizzabilità.

Innovare significa investire in ricerca e sviluppo, e le aziende del settore non si tirano indietro: l’Italia sale sul podio europeo, per numero di brevetti di design, in 22 delle 32 categorie aggregate previste nella classificazione ufficiale di Locarno, tra cui cibo e alimenti, tessile, arredamento e prodotti di illuminazione.

La fotografia è dunque quella di un sistema estremamente competitivo che, a differenza di altri settori, riesce anche a essere estremamente attrattivo per i migliori talenti. Ne sono testimonianza i tanti designer internazionali che lavorano per i marchi del made in Italy, ma anche la presenza radicata e diffusa su tutto il territorio nazionale di istituti di formazione che attraggono studenti da tutto il mondo. Dalle 59 realtà (tra scuole, università e accademie) che rilasciano titoli di studio in discipline del design, nel 2016 sono usciti 7.094 nuovi designer diplomati, in aumento del 9% rispetto al 2014. Non stupisce che la maggior parte di questi istituti si trovi a Milano, una delle città europee con la più alta concentrazione di scuole di design al mondo. Milano è del resto anche la città italiana con il maggior numero di aziende del design (l’11,6% del totale nazionale), seguita da Torino e Roma, e di addetti (il 16,4%).

IMPRESE ATTIVE DEL DESIGN IN ITALIA E NEI GRANDI PAESI COMUNITARI
(Fonte: elaborazioni Fondazione Symbola su dati Eurostat)

Ma tutti questi numeri, se fotografano la leadership italiana nel design, non bastano a spiegarne la ragione. La chiave è una «dimensione affettiva» che si trova solo nel nostro sistema, azzarda Stefano Boeri, presidente della Triennale di Milano, ma soprattutto architetto noto in tutto il mondo per quel Bosco Verticale che del made in Italy è diventato un nuovo simbolo. Una dimensione affettiva che fa da collante a tre elementi che rappresentano il cuore del processo produttivo, spiega Boeri: «La ricerca e l’innovazione; l’intelligenza creativa, capace di cogliere i nuovi bisogni; e un sistema produttivo agile, disposto ad assumersi il rischio».

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