Impresa & Territori

Laurea e tablet in valigia, biglietto sola andata

la migrazione dei cervelli

Laurea e tablet in valigia, biglietto sola andata

Migranti economici con il tablet sotto al braccio. E il sogno di sentirsi realizzati, di poter incidere, di fare gli architetti, gli infermieri o gli imprenditori per davvero, e non gli eterni stagisti che occupano uno strapuntino in attesa che si liberi un posto a sedere. Prima ancora della maggiore facilit ad accedere a un mutuo, a uno stipendio (pi che) decente e a un contratto stabile e trasparente — tutte cose “pratiche” che contano, sia chiaro — i giovani italiani (laureati e non) vanno sempre pi all’estero per crescere. Per diventare grandi. Ed emanciparsi. Prima furono il servizio militare e l’interrail.

La retorica della fuga
Oggi — complice la crisi economica che in questi anni ha falcidiato occasioni sotto casa ma ha anche aperto, pi lontano, praterie di opportunit — il mercato del lavoro si fatto globale. Da Taranto o Napoli, staccare un biglietto per Milano, Parigi o Berlino non fa poi differenza. Un fenomeno che ha indotto Gabriele Tomei, docente associato di Sociologia generale all’Universit di Pisa e gi visiting fellowship ad Oxford, a istituire Ubiqual, un Centro di ricerca sulle nuove Migrazioni e Mobilit qualificate.

Intanto, questa eccessiva “retorica della fuga” — spiega Tomei — ha fatto interiorizzare a un’intera generazione che se non si fa almeno un periodo all’estero, si dei “perdenti”. Ed un fatto che da fine anni ’90 il modello italiano sia scivolato nel ranking degli investimenti. Le medio-grandi eccellenze che fanno ricerca e Industria 4.0 sono la punta di un iceberg. Troppe Pmi non sanno cosa farsene di laureati troppo qualificati. Infine, conclude Tomei, non c’ ricambio. Perch i Paesi in cui la mobilit dei laureati anche pi alta dell’Italia sono Germania e Regno Unito. Ma poi, o i loro laureati tornano o esistono incentivi per attrarre professionisti qualificati dall’estero. In Inghilterra ci sono ottimi medici africani o mediorientali. Lei quanti ne incontra in Italia?.

In effetti, nel 2016, sono partiti per il Regno Unito quasi 25mila italiani ma solo 3300 britannici hanno fatto le valigie per venire da noi, verso la Germania sono andati quasi 19mila italiani contro 4.616 tedeschi in Italia, mentre in Francia, 10.833 uscite contro 2.083 ingressi.
Oggi chi espatria, pi che un Paese straniero, si sceglie un “ecosistema economico” — che pu coincidere con un Paese, una citt o un’area pi vasta — capace di attrarre la “sua” domanda di lavoro. E valorizzarla.
Secondo l’ultimo Rapporto Migrantes, nel 2016 sono espatriati oltre 120mila italiani (tra i 18 e i 34 anni in aumento del 23,3% rispetto a un anno prima). come se fossero evaporate Trento o Siracusa.
Ma siccome i dati si basano sulle registrazioni all’Aire (il Registro dei residenti all’estero) — da cui i giovani si tengono spesso alla larga — i dati sono molto inferiori alla realt.

Partire per crescere
Io ho lavorato un anno e mezzo a Milano — spiega Margherita Mosanghini, laureata al Politecnico nel 2012 — ma venivo impiegata tra proposte di ristrutturazione ed eterne gare d’appalto. Solo contratti a progetto, con partita Iva, e una retribuzione bassissima. Non potevo crescere, lavorare su materiali nuovi. Cos mi sono messa a studiare cinese. A settembre 2013, io e il mio allora fidanzato (e oggi marito) eravamo in Malesia, a Kuala Lumpur. Un Paese musulmano in cui un’architetta di 26 anni pu entrare in un team e gestire progetti importanti, torri residenziali e uffici di 50 piani, centri commerciali e hotel. Oggi Mosanghini vive a Singapore. Ho cambiato studio — commenta — ma lavoro per un ampio quadrante geografico: Cina, Vietnam, Cambogia. Oggi, l’estero non pu essere solo considerato come un’opzione. una tappa obbligata per crescere culturalmente e professionalmente. Poi si pu anche tornare. Ma la valigia, almeno una volta, va fatta.

Piero Armenti, 38 anni e un dottorato a Napoli, ha studiato in Spagna,vissuto in Sud America e gli bastato un viaggio a New York per diventare uno dei pochissimi italiani ad aver ottenuto (previo studio di 20 tomi) la licenza turistica per la citt. Su Facebook, posta video alla scoperta dei locali pi trendy o delle migliori pasticcerie “Made in Italy” nella Grande Mela. La mia agenzia — osserva — offre soprattutto tour esperienziali: il giro delle terrazze panoramiche, la crociera notturna con concerto jazz, la biciclettata fuori Manhattan. Abbiamo aperto anche un sito di prenotazione alberghiera. Piero non “nato” imprenditore. In Italia diverso, non sentivo questa esigenza imprenditoriale. Qui mi sono chiesto: di cosa ha bisogno questa citt? E ho trasformato un’idea in passione e poi in mestiere.

Anche Fausto Bafco, 30 anni, da Genova, ha una societ, si chiama Balalaika Business Solution. Io avevo una laurea in russo — ricorda — e una specializzazione in management. Sono stato stagista a Mosca con un bando del ministero Affari esteri. Sono tornato. Ma volevo ripartire.
Per Bafco la “fortuna” sono state le sanzioni economiche, l’avvitamento dell’economia russa e una burocrazia, anche doganale, sempre pi complicata. Con Francesca Scandurra abbiamo aperto una societ di consulenza per aiutare le imprese europee in Russia. Dalla traduzione in russo del sito web, al disbrigo di pratiche doganali e documenti sempre diversi.

La principale differenza tra il Regno Unito e l’Italia — spiega Giulia Pettenuzzo, 28 anni, operatrice socio-sanitaria giunta a Londra da Verona (con un passaggio da “ragazza alla pari”) — che qui puoi crescere professionalmente. Ci sono istituti, residenze per anziani, bambini disabili, persone con problemi psichici e corsi per specializzarsi in aree di competenza che accrescono responsabilit, ruolo degli operatori in corsia e stipendio. In Italia, io non posso fare prelievi, somministrare farmaci, fare medicazioni. Qui s. E le offerte di lavoro per medici, infermieri e operatori si trovano cliccando la pagina ad hoc del ministero della Sanit inglese.

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