Economia

Zegna, l’innovazione fa correre ricavi e utili

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Zegna, l’innovazione fa correre ricavi e utili

Millennials disposti ad aspettare molte settimane per una giacca o un abito con gilet bespoke: fatto su misura, a mano e quindi unico. Baby boomers (nati dopo la seconda guerra mondiale) che abbandonano la cravatta o le scarpe stringate e scoprono il fascino – e la comodità – dell’abbigliamento informale e delle sneaker. E ancora: innovazione che trasforma la lana in “techmerino”, con performance persino migliori rispetto alla fibra naturale. Tecniche artigianali che permettono di realizzare oggetti e capi in pelle intrecciata.

«I confini dello stile e del gusto, le divisioni tra generazioni e modalità di uso, le abitudini di consumo e i canali scelti per informarsi: è tutto meno rigido, definito, prevedibile – racconta Gildo Zegna, amministratore delegato del gruppo Ermenegildo Zegna –. Da una parte questo è molto stimolante e aiuta ad aprire la mente. Dall’altra ci costringe a non riposare mai sugli allori, a non dare alcun risultato, per quanto ottimo, per scontato. Ogni giorno dobbiamo avere l’umiltà di cogliere anche i più piccoli cambiamenti di vento. Non vince chi non commette errori, bensì chi ne fa di meno. Un po’ come nel tennis».

Il 2017 si è chiuso con una buona crescita del fatturato, un forte aumento degli indici di redditività e un significativo miglioramento della posizione finanziaria netta, però il Dna di Gildo Zegna non mente: passa più tempo all’estero che in Italia, eppure concretezza, coerenza, disciplina e, soprattutto, l’understatement biellese, lo fanno quasi sorvolare sui numeri. «Senza le oscillazioni valutarie il 2017 sarebbe stato ancora migliore – ammette quasi sottovoce –. Siamo contenti dei risultati 2017, ma è solo all’inizio di un percorso e comunque nulla arriva per caso. Stiamo raccogliendo i primi frutti del lavoro fatto su ogni fronte negli ultimi due anni».

I ricavi sono saliti del 4,5% a 1,183 miliardi; l’ebitda ha raggiunto i 142 milioni (12% del fatturato); l’utile netto è aumentato del 64% a 32,8 milioni e la posizione finanziaria netta è migliorata del 36%, passando da 233 a 316 milioni.

Sviluppo del su misura (abiti personalizzati partendo da una “base”, acquistabile in tutti i global store Zegna); nascita, in via Bigli, a Milano, dell’atelier bespoke (abbigliamento costruito “da zero”, con la possibilità per il cliente di scegliere persino il filo delle cuciture); focus sul casualwear di lusso; integrazione tra negozi fisici (504 nel mondo) e virtuali; investimenti nella comunicazione e nel marketing digitale, che in Cina assorbono più della metà del budget; last but not least, acquisizioni che rafforzano il «progetto di filiera», del gruppo. Sono questi, e altri ancora, i fronti sui quali si sono mossi Gildo Zegna e Alessandro Sartori, direttore artistico del gruppo dal giugno 2016.

«Il tempismo è tutto, oggi più che mai, alla luce dei cambiamenti sempre più rapidi che interessano ogni aspetto del business, persino il valore di una location. In Cina ad esempio, specie nelle città “second e third tier”, un quartiere prestigioso può perdere la sua centralità nel giro di pochi mesi – sottolinea Gildo Zegna –. L’arrivo di Alessandro Sartori ha portato una sinergia quasi magica tra il suo desiderio di tornare alle origini e di mettere a frutto le tante esperienze globali che aveva e la disponibilità del gruppo di rimettere in discussione alcune strategie, per restare contemporanei e continuare a crescere. Più forti e indipendenti di prima».

Il riferimento è alla volontà di non quotarsi in Borsa e, men che meno, di vendere quote a investitori esterni. «Si parla tanto di story telling, di valorizzazione del brand, di autenticità– conclude Zegna –. Noi abbiamo quasi 110 anni di storia e già tre passaggi generazionali alle spalle. Nessuna azienda dà lavoro a più persone, nel biellese, del nostro gruppo. E al secondo posto, contando l’indotto, c’è l’Oasi Zegna. Anche nel 2018 destineremo il 5% degli utili a sostegno di progetti per la comunità locale, la ricerca scientifica e l’ambiente. Può sembrare un paradosso: ma se siamo globali ed esportiamo il 92% di quello che produciamo è perché non abbiamo mai tradito le nostre radici italiane. Anzi, biellesi».

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