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Contratto, ferie, 19 euro l’ora: come funziona in Danimarca…

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LA SPERIMENTAZIONE

Contratto, ferie, 19 euro l’ora: come funziona in Danimarca la gig economy

La scorsa domenica i rider italiani e il Comune di Bologna hanno danno vita a quella che assomiglia alla prima «carta dei diritti» della gig economy: l’economia dei lavoretti, esplosa grazie ad app per la consegna di cibo (Foodora e Deliveroo), trasporti (Uber)o qualsiasi servizio a portata di clic. Su scala europea, intanto, il tentativo di far ordine nel settore si è già tradotto in un riconoscimento ai gig-worker intrappolati nella zona grigia fra lavoro autonomo e subordinato, vecchi contratti e nuove forme di impiego. La Danimarca è appena diventata il primo paese Ue a registrare l’equivalente di un contratto collettivo nazionale per i cosiddetti giggers, caso unico su scala continentale. L’accordo è nato sotto forma di un patto fra Hilfr, una startup danese che mette in contatto proprietari di casa con addetti alle pulizie, e il sindacato nazionale 3F. Il nuovo contratto verrà sperimentato per un periodo di prova di 12 mesi, a partire dal primo agosto 2018, su tutti i 450 lavoratori che forniscono un servizio veicolato dal circuito della app.

Ferie, contributi e un “minimo” di 19 euro l’ora
Fra le tutele garantite ci saranno ferie pagate, permessi per le ferie e contributi previdenziali, tre tabù mai infranti finora nel nome della «indipendenza» che le piattaforme sostengono di riconoscere ai lavoratori. Ma un altro piatto forte riguarda la richiesta emersa anche nel corso dell’assemblea bolognese: il salario minimo, considerato come una misura di tutela contro il neo-cottimo di app che pagano meno di 5 euro lordi a consegna. Hilfr, che si era già detta contraria a «competizione al ribasso», ha acconsentito di fissare una retribuzione minima di 141 corone danesi l’ora: circa 19 euro, cifra che può arrivare a cinque o dieci volte la paga incassata dai corrieri di alcune delle piattaforme che dominano il mercato.

Se poi si superano le 100 ore di servizio registrate, il lavoratore accede automaticamente allo status di Super Hilfr, una forma che garantisce maggiori vantaggi rispetto alla media degli utenti iscritti alla piattaforma. Dietro all’intesa fra la startup e le parti sociali ci sono motivazioni che riguardano, prima di tutto, la sostenibilità di business giudicati «opachi» sulle condizioni di impiego dei lavoratori. Sono gli stessi manager di Hilfr a riconoscere che le piattaforme della gig economy soffrono di una reputazione appannata dalle accuse di pagare poco, male e discontinuamente la forza lavoro attinta ogni minuto online. Come hanno fatto notare in un’intervista ai media locali Niels Martin Andersen, cofondatore dell’azienda, «troppe piattaforme, di fatto, digitalizzano l’evasione delle tasse e condizioni di lavoro misere. E si definiscono innovative per questo».

Perché la Ue resta lontana
La Danimarca ha creato un precedente. Ma è difficile che il modello scandinavo ispiri una legislazione europea unitaria sulla gig economy. Maria Tzanakopoulou, una ricercatrice della Ucl di Londra specializzata in diritto comunitario, non pensa che la svolta danese «faccia una grande differenza» nel resto della Ue. «L’ipotesi di una legislazione paneuropea – dice al Sole 24 Ore Tzanakopoulou - è complicata, prima di tutto perché la gig economy coinvolge un ampio ventaglio di lavoratori, dai freelance che godono davvero della flessibilità di queste piattaforme a lavoratori che non hanno idea delle proprie condizioni». Fra gli altri ostacoli ci sono problemi di competenze specifiche dell’Unione (ad esempio sull’istituzione di un salario minimo) e, forse, di interesse effettivo da parte di Bruxelles. «Non penso che la difficoltà risieda solo in questioni tecniche, ma nella volontà politica di affrontare la questione - spiega Tzanakopoulou - E penso che questo sia anche più influente di tutto il resto».

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