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Salone del Mobile, Milano come Wimbledon e il Maracanã

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Salone del Mobile, Milano come Wimbledon e il Maracanã

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia in occasione della giornata inaugurale del Salone del Mobile
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia in occasione della giornata inaugurale del Salone del Mobile

Il campo di gioco è lo stesso: Milano. Ma, questa settimana, nell'unica Global City italiana ci sono il Maracanã e Wimbledon. E sono due cose diverse. Wimbledon è il Salone del Mobile. Il Maracanã è il fuori Salone. Wimbledon – per utilizzare una immagine cara ai liberisti anglofili italiani – è il campionato in cui non importa che a vincere sia un inglese, ma è importante che tutti i grandi campioni del tennis partecipino.

Il Maracanã è, invece, tutto quello che si creato negli anni – in termini di attività e incontri, comunicazione e arte, design in senso esteso e ispirazione per i progetti futuri – in ogni angolo della città. Il Salone del mobile è un evento commerciale, estetico e borghese in senso classico: qui si incontrano i grandi produttori internazionali, di cui le aziende italiane rappresentano ancora una parte rilevante, per cercare di rappresentare lo stato dell'arte – e per fare affari – di un mobile che costituisce uno degli elementi più tradizionali e maturi del design, dell'industria e della quotidianità di un Novecento che – nella idea di casa – non ha sperimentato mutazioni radicali. Bene la domotica. Bene la componente eco nella concezione e nella fattura dei mobili.

Ma l'idea di casa resta quella mutuata dall'epoca post-vittoriana e fissata in un canone dal razionalismo e dalla razionalità del secolo scorso: gli spazi divisi, la funzionalità degli oggetti, l'individualismo anche nella famiglia e nell'abitare. Dunque, Wimbledon: con i produttori stranieri e italiani che operano su un canone fondamentalmente novecentesco e con i designer stranieri – spesso impegnati a Milano e in Brianza – e i designer italiani che si misurano nella complessa impresa di dire qualcosa di nuovo, quando l'alfabeto e la grammatica sono già stati inventati e codificati dai maestri che li hanno preceduti negli ultimi sessant'anni. Il fuori Salone è, invece, appunto il Maracanã.

Come ha detto domenica scorsa sul Sole 24 Ore, nella rubrica A Tavola Con, Maurizio Cattelan: «La parte commerciale è stata la motivazione per creare il Salone, ma il risultato raggiunto negli anni va molto oltre a questo. L'energia che si sprigiona durante questa settimana è estremamente vitale e stimolante, paragonabile a quella di centri culturali come Parigi o NY: la città si popola di creativi, circolano idee, nascono relazioni produttive. Trovo che negli ultimi tempi questa energia non abbandoni mai completamente Milano: la puoi sentire in circolo anche tutto il resto dell'anno». Wimbledon, dunque, ha generato il Maracanã. Sarebbe interessante che qualche sociologo realizzasse nei prossimi anni uno studio approfondito sui flussi turistici che, nella settimana del Salone del mobile, caratterizzano Milano. L'impressione è che una parte non irrilevante di essi sia formata da persone che arrivano dal Nord Europa e dagli Stati Uniti, dall'Asia e dal Sud America per tutto ciò che è fuori Salone. Più per Il Maracanã che per Wimbledon. Anche se, senza Wimbledon, non ci sarebbe il Maracanã.

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