Economia

Salone del mobile: ecco le sfide per il made in Italy dopo il successo…

  • Abbonati
  • Accedi
competitività

Salone del mobile: ecco le sfide per il made in Italy dopo il successo record

Bilancio – ammirato ma realistico, empatico ma sommessamente oggettivo – del Salone del Mobile. Proviamo a grattare sotto l’oro di una settimana eccitante e divertente ma che, come tutti i fenomeni alcolico-estetici e ad alto tasso di testosterone economico, potrebbe togliere lucidità. I numeri del Salone del Mobile, anche quest’anno, sono da urlo: 434.509 presenze in sei giorni, il 26% in più rispetto all’anno scorso. Il fenomeno del fuori Salone ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, la natura vitale e polimorfa di una Milano che, nonostante la deriva di lungo periodo di un Paese che secondo il Fondo Monetario Internazionale ha ormai un Pil procapite a parità di potere di acquisto inferiore a quello della Spagna, rimane l’unica Global City – l’unica Città Globale – del Paese.

Proviamo però ad astrarci dal fuori Salone. Concentriamoci su che cosa significa il Salone del Mobile per l’industria italiana. Se esso è lo specchio di una vera leadership. O se, invece, rappresenta la bellissima vetrina di un posizionamento florido ed efficace, ma non di una primazia e di una autentica centralità del nostro design nelle mappe della nuova globalizzazione, che pur messa in crisi dai populismi e dai neo-protezionismi rappresenta la struttura – economica – e la sovrastruttura – sociale e culturale – del nostro Mondo. Iniziamo da cosa è, oggi, l’industria del mobile che rappresenta l’antefatto logico e produttivo di quello che è capitato a Milano questa settimana.

Ecco alcuni dati, usciti a inizio settimana: per Federlegno-Arredo il sistema dell’arredo e del legno vale 41 miliardi di euro (questa stima vale il 2016, il 38% è export). Gli addetti sono 320mila, di cui 184mila in capo alle società di capitali. Si tratta di un mondo estremamente variegato, in cui i nomi classici del design italiano come Molteni, B&B Italia e Cassina e Kartell – la crema del “particolare” italiano - fanno il paio con imprese come Ikea, che costituiscono il “generale” del neo-fordismo logistico-produttivo della globalizzazione . Il punto è che cosa, nel design e nell’industria contemporanea, significa oggi il mobile. E che cosa, all’interno di questo significato, significa l’industria l’italiana. L’ industria italiana del mobile italiano è, appunto, contraddistinta da questa eterogeneità.

Salone del mobile: le voci delle aziende

Il problema è che – secondo non pochi osservatori - il mobile non è più, da tempo, il luogo della sperimentazione e della frontiera più avanzata. Non lo è concettualmente. Non lo è industrialmente. Il mobile ha rappresentato una sfida funzionale e creativa per tutto l’Ottocento e il Novecento. Non a caso, i grandi designer italiani – fra gli anni Cinquanta e Ottanta – hanno operato – insieme alle imprese del nostro Paese – in una vera centralità culturale e manifatturiera. La leadership internazionale del nostro Paese è stata, in quel periodo, autentica. Ed era una leadership che si sostanziava anche di una organicità complessiva: i Sottsass e gli Zanuso, i Giò Ponti e i fratelli Castiglioni, gli Albini e i Munari avevano impronte che dai mobili si estendevano alle fabbriche, dai prodotti industriali alle abitazioni private. Il mobile era, dunque, inserito in questo contesto. E, in questo contesto, ha avuto una forza creativa e creatrice che è arrivata fino all’esperienza di Memphis negli anni Ottanta.

Il nocciolo duro della questione è, però, proprio questo. Oggi la portata innovativa del mobile è rappresentata dall’ecodesign e - nel rapporto più generale con il sistema casa - dall’intelligenza artificiale. Che, però, sono germi di sviluppo che, nel mobile, sono presenti in maniera molto meno solida, radicata e promettente di quanto non siano in altri settori. Basti pensare a un comparto per nulla sexy come le macchine utensili. O, soprattutto, basti pensare all’interaction design, che da almeno vent’anni sta modificando il senso delle cose e il loro utilizzo. L’interfaccia uomo-macchina è il vero snodo. In questo, il mobile sembra non brillare più della luce che ha manifestato per quarant’anni. Appare culturalmente messo da parte. È sempre centrale nella dimensione economica e nelle abitudini quotidiane. Ma risulta meno essenziale di un tempo nella costruzione del futuro. E, a questo, va aggiunto un altro elemento. Avete visto al Triennale Design Museum la mostra “Storie. Il design italiano”? Lo stacco, per il design italiano nel suo complesso, fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta è evidente. Fino agli anni Ottanta il nostro design ha avuto una centralità assoluta. Dopo quel periodo, ha iniziato ad assumere – in non pochi casi – un vago sentore di maniera, che qualche volta sfocia nel manierismo. Un vago sentore di maniera e un manierismo di grande consistenza e, a suo modo, di significativa originalità. E con una corrispondenza a una base produttiva solida e coesa. Con una sorta di funzionalità produttiva precisa e assolutamente da non disdegnare: al netto del fenomeno mass market Ikea e al netto della dimensione da general contractor del Real Estate e del lusso globale ed esotico, le imprese italiane – in virtù del loro saper fare – realizzano intuizioni e concretano tendenze elaborate concettualmente altrove: da designer brasiliani, giapponesi, americani.

Per tutte queste ragioni, tornati in sé dopo il divertente e suggestivo baccanale della settimana del Salone del Mobile e del Fuori Salone, occorre iniziare a provare a condurre una riflessione sul design italiano, sulla sua industria e sulla sua capacità di intercettare le correnti di aria mentale che arrivano dal Nuovo Mondo. Non un Nuovo Mondo geografico. Ma un Nuovo Mondo fatto di Nuovi Oggetti, di Nuovi Utilizzi e di Nuove funzionalità. Un Nuovo Mondo che alla Fiera di Milano, a Brera e sui Navigli si è visto in questa settimana, ma all’interno di un perimetro – il mobile – che per sua natura ha una minore forza espansiva e una minore capacità di impollinazione di un tempo. Per questa ragione, serve uno sforzo per provare a produrre di nuovo delle innovazioni di rottura: nelle funzioni, nell’estetica, nella tecnologia e nell’interazione con l’uomo. Per riportare l’industria italiana e il suo design al centro della mente del Nuovo Mondo, dopo che così a lungo essi sono stati nel centro del cuore del Vecchio Mondo.

© Riproduzione riservata