Economia

Per i top manager delle banche compensi in calo ma prevale ancora il fisso

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Per i top manager delle banche compensi in calo ma prevale ancora il fisso

Sulla scia dell’entusiasmo dell’assunzione, all’ultimo giovane bancario arrivato allo sportello, magari, sfuggirà che con il suo stipendio non bastano 2 vite, in alcuni casi anche 3, per guadagnare quanto il suo amministratore delegato in un solo anno. Questa dinamica, però, non sfugge ai sindacati, soprattuttto perché con cadenza pressoché annuale, al momento del rinnovo dei premi e degli integrativi, si ritrovano alle prese con il tema della produttività degli oltre 300mila bancari italiani. Nelle banche italiane, con le debite eccezioni, gli stipendi dei top manager sono diminuiti, come ha ricostruito Roberto Telatin, responsabile del centro studi della Uilca “Orietta Guerra”, prendendo in esame le relazioni sulla remunerazione relative al 2017. «Mettendo il focus sui compensi dei ceo vi è stata una riduzione del 15% rispetto al 2016. Tale dato - osserva Telatin - è ascrivibile alla decisione di UniCredit di ridurre del 40%, a decorrere dal 1° gennaio 2017, gli emolumenti di Presidente, Vice Presidente, Amministratore Delegato, e all’uscita, in Banca Monte dei Paschi di Siena, dell’ex Amministratore Delegato e ex Direttore Generale».

Il rapporto tra il compenso medio annuo di un amministratore delegato e lo stipendio di un lavoratore nel 2017 è stato pari a 50: questo significa che in un anno un a.d. guadagna 50 volte un bancario da poco entrato nel mondo del lavoro. Nel 2016 questo rapporto era pari a 59, per cui da un anno all’altro si segnala un calo visibile. Il rapporto è comunque molto diverso da banca a banca. «Assumendo come retribuzione lorda di ingresso 28.800 euro e lo stipendio degli amministratori delegati, se prendiamo Banca Intesa il differenziale del 2017 è di 145, quello di DoBank 69, Banco Bpm 54, Ubi 53, Unicredit 44, Mps 39», calcola Telatin. Nel mondo assicurativo questo differenziale è, in media, molto più alto. «Il rapporto medio tra il compenso di un ceo e lo stipendio medio di un lavoratore del settore nel 2017 è stato pari a 112 volte. Per Vittoria il valore è 70, per il gruppo Unipol 161, Generali 136, Cattolica 80. In questo caso il valore è in crescita, essendo stato 93 nel 2016», continua Telatin.

Se il differenziale si sta mediamente abbassando, quello che però, secondo i sindacati, dovrebbe radicalmente cambiare è il rapporto tra parte variabile e parte fissa del compenso dei manager. Fatte le debite eccezioni (anche in questo caso ci sono delle forti differenze tra i diversi gruppi) è ancora troppo sbilanciato sulla parte fissa della retribuzione. Secondo il calcolo del centro studi della Uilca, nel caso delle banche nel 2017, in media, la parte fissa ha rappresentato l’83,9% dei compensi degli amministratori delegati, mentre la parte variabile era il restante 16,1%. Prendendo i singoli gruppi, «nel caso di Intesa San Paolo questo rapporto appare molto più equilibrato, con la parte fissa che rappresenta il 67,1% e quella variabile che rappresenta il 32,9%. In Banca Mps le percentuali diventano 97,5% e 2,5%, in Banco Bpm 79,8% e 20,2%, mentre nel Credito Emiliano sono 67,9% e 32,1% e in Unicredit 99% e 1%. Ma in questo caso va precisato che la parte variabile è legata all’arco del piano Transform 2019», dice Telatin. Per Massimo Masi, segretario generale della Uilca (dal 6 al 9 giugno il 6° congresso nazionale a Milano) «non c’è nulla di nuovo sotto il sole. I manager bancari continuano nella politica di remunerazione praticamente senza parte variabile, ma vogliono ipotizzare che una parte dello stipendio di un impiegato debba essere legata ai risultati conseguiti. Continueremo nel monitoggo degli stipendi perché crediamo in un’impresa trasparente e al passo con i tempi».

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