Economia

Plagio e concorrenza sleale: Pmi contro i colossi del web

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MERCATO DIGITALE

Plagio e concorrenza sleale: Pmi contro i colossi del web

Dagli occhiali troppo simili ai Google glass alla app “cerca-ristoranti” copiata. Abuso di posizione dominante, concorrenza sleale. Start up contro colossi della Silicon Valley. Cresce in Italia il fenomeno del piccolo Davide che comincia a ribellarsi al gigante Golia. Ovvero i contenziosi sollevati da piccole imprese digital contro i “giganti” dei social.

Molti casi non arrivano neppure nelle Aule. Terminano con un primo scambio di diffide e una transazione con cessione di licenza. Altre volte il capitolo si chiude con l’acquisizione della start up da parte del colosso hi-tech. C’è dunque un sommerso di potenziale contenzioso disinnescato a suon di dollari. In Italia, sinora, i tribunali stanno dando ragione ai giovani startupper. Ma comunque, per chi decide di percorrere le aule dei tribunali, la tutela non è sempre chiara e i tempi sono incerti.

L’ultimo in ordine cronologico è la vittoria in Appello, a Milano, appena una settimana fa, di Business Competence contro Facebook. I giudici hanno bloccato ogni ulteriore utilizzo in Italia dell’app targata Facebook, “Nearby”, per concorrenza sleale e violazione del diritto d’autore sulla banca dati dell’applicazione “Fararound” creata invece dalla piccola software company milanese. La tesi di fondo di Facebook, secondo cui Nearby era già in fase di progettazione da tempo, per la Corte non ha trovato riscontro: «Le appellanti – si legge nella sentenza – non hanno prodotto né un business plan, né stati di avanzamento». Dunque, «può dirsi provata la derivazione dell’algoritmo dell’applicazione Nearby da quella di Fararound, e conseguentemente sia la violazione del diritto d’autore sia la commissione di atti di concorrenza sleale».

«La complessità di queste cause – ha spiegato Giovanni Casucci, partner dello Studio legale Dentons – risiede nel fatto che una app non è di per sè brevettabile. Il diritto d’autore si limita al linguaggio di programmazione. Dunque o si riesce a dimostrare che è stato copiato l’algoritmo, il linguaggio di programmazione, oppure si deve dimostrare che la app “copiata” è troppo simile alla presunta originale. Spesso per i grandi colossi è facile studiare quelle minime variazioni che consentono loro di mettersi al riparo da un ricorso. Infine, i tempi lunghi della giustizia possono essere letali per start-up che dalla tutela di un'idea traggono ragione di esistere e fatturato».

Ha vinto il primo round – ma nel 2016 – anche Attrakt, motore di ricerca italiano che permetteva alle persone di creare dei prorpi pacchetti di siti, in base ai propri hobby o interessi. Con un accordo con Google la pubblicità veniva gestita con AdSense (la piattarforma per le inserzioni) e la visibilità su AdWords. Una collaborazione che viene bruscamente interrotta da Google nel 2013: bloccata, senza apparente spiegazione, l’accesso di Attrakt alla principale concessionaria pubblicitaria, il fatturato tracolla. Per il tribunale di Milano, la decisione di mettere fine alla collaborazione, anche se prevista dal contratto, non è legittima. Perché dettando regole e condizioni, non fornendo spiegazioni quando richieste, oltre all’assenza di un mancato preavviso di recesso, Google è stata condannata per concorrenza sleale e abuso del diritto nell’inadempimento contrattuale.

Infine, c’è la curiosa disputa, di nuovo, tra Google e la startup modenese Glass Up, specializzata nella progettazione di strumenti ottici. Che nel 2012 ha deciso di depositare all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (Uibm) domanda di registrazione del marchio denominativo “GlassUp”, per contraddistinguere apparecchi tecnologici, strumenti ottici, nonché giocattoli e articoli vari per lo sport. Google, però, si è opposta, chiedendo all’Uibm di respingere la domanda, perché “GlassUp” sarebbe stato lesivo e confondibile con i propri marchi comunitari “Google Glass” e “Glass”. Argomentazioni rigettate. Dopo 5 anni – come aveva raccontato il fondatore Francesco Giartosio, a luglio scorso, a Il Sole 24Ore – «l’Uibm ci ha dato ragione. Credo che ora presenteremo la stessa tesi anche in chiave europea».

Per questo, per abbreviare i tempi della giustizia e fornire una moral suasion chiara dei comportamenti che possono configurare contenziosi, «Come Assintel (l’associazione delle imprese dell’Ict) – ha spiegato Stefano Baroncini – stiamo predisponendo un codice etico e uno di autodisciplina, che dia vita anche a un “gran giurì”, che si attivi su istanza delle parti per superare i tempi dei tribunali ordinari». Lo ha fatto anni fa la “galassia” pubblicitaria. Lì le best practice hanno funzionato. «Entro il 2018, contiamo che codici e gran giurì possano essere attivi».

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