Economia

Ravenna fa causa a Pechino, copiato l’intero catalogo dei mosaici

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CONCORRENZA

Ravenna fa causa a Pechino, copiato l’intero catalogo dei mosaici

Èla sfida di Davide contro Golia quella che l’azienda ravennate di mosaici d’arte Sicis Srl ha lanciato al competitor cinese Rose Mosaic che da anni copia impunemente – e in malo modo – centinaia di suoi disegni originali e interi cataloghi di collezioni realizzate. Ma se Davide dovesse vincere la causa radicata lo scorso primo febbraio al tribunale di Pechino sarebbe un precedente destinato a scardinare la storia della competizione tra le imprese occidentali da un lato – abituate a farsi largo sui mercati a suon di innovazione, creatività e originalità dei prodotti – e quelle cinesi dall’altro, che invece hanno fondato il loro successo sulla capacità di copiare in modo massivo, veloce e a basso costo idee e prodotti nati altrove.

In gioco non c’è infatti la contraffazione di un marchio o la violazione di un brevetto, e sono diversi quelli che Sicis ha registrato in 30 anni di attività in Romagna. Su tutti il metodo “doppio indiretto” di posa delle tessere musive, con una carta adesiva e una rete come base d’appoggio (al posto di gesso o cemento), procedura che ha velocizzato moltissimo la realizzazione dei mosaici rispetto all’antica tecnica romana, permettendone la trasportabilità a pezzi. In ballo c’è invece il sistematico plagio di opere dell’ingegno e della creatività dei maestri mosaicisti ravennati. E il furto di identità non è un dettaglio per un’azienda unica nel panorama europeo come Sicis, un ibrido tra l’industria ceramica (è associata a Confindustria, fattura 52 milioni di euro, 93% export, con 300 dipendenti) e l’atelier d’arte, dove ancora oggi come nel III secolo a.C. artigiani seduti a terra posano a una a una le tessere su mastodontici disegni e altri, seduti in laboratorio, incastonano pietruzze su minuscoli capolavori, pezzi unici di micromosaici che valgono decine di migliaia di euro sul mercato.

Il tutto in una vera e propria “cittadella del mosaico” realizzata alle porte di Ravenna dal cesenate Maurizio Leo Placuzzi, partito dal nulla nel 1988 e arrivato a essere l’unico player occidentale nel mosaico d’arte con il controllo dell’intera filiera: dai forni dei vetrai di Murano per cuocere minerali e silice in una varietà infinita di colori, alle macchine per ritagliare le “torte” di vetro in piccole tessere, dalle tecnologie laserjet per lavorare il marmo in mille fantasie fino ai laboratori di R&S. E nel quartier generale di via Canala c’è anche la più grande galleria al mondo (2.400 mq) di mosaici artistici, dove il ritratto di Sophia Loren in pixel vetrosi si alterna agli skylines americani, ai paesaggi floreali giapponesi e agli uccelli cinesi. Tanto che a rubare qualche disegno, in passato, sono state anche case di moda come Dolce&Gabbana e Prada e anche in quel caso Placuzzi non è stato fermo a guardare, «perché rubare la creatività della mia azienda significa sottrarne la linfa vitale, l’identità, e mettere a repentaglio il posto di lavoro dei miei collaboratori. Quando ho iniziato a recuperare l’arte del mosaico, 30 anni fa, c’erano mille addetti nel mondo, oggi sono 1,5 milioni e sono tutti in Asia, tranne i miei 300». Ma sono ravennati le opere da guinness come i 42mila metri quadrati musivi dell’Oasis Mall di Jeddah, in Arabia, o capolavori del lusso come la Spa dell’Hotel Ritz di Place Vendome.

Ecco perché Placuzzi sa quanto costa anche la matita sulla sua scrivania ma non si cura di quanto spende in azioni legali. «Abbiamo lavorato più di un anno, con un team di legali tra New York e Pechino, per raccogliere prove contro Rose Mosaic e il suo distributore Pebbles Trade – spiega il presidente Sicis – recuperando 180 disegni originali e interi cataloghi protetti da copyright copiati in modo pedissequo. Abbiamo anche commissionato una decina di mosaici alla stessa Rose Mosaic (su nostri disegni copiati) che dimostrano la bassa fattura, ulteriormente lesiva della nostra immagine». Prove lampanti di violazione della proprietà intellettuale presentate lo scorso 1° febbraio alla Corte distrettuale di Pechino, che entro luglio dovrebbe notificare la citazione in giudizio a Rose Mosaic (un migliaio di dipendenti nel Guandong) ed entro l’autunno fissare la prima udienza dibattimentale. «Non è il riconoscimento del danno che mi interessa – conclude Placuzzi –ma l’onore in Cina è uno dei pochi valori che ancora conta. Il solo fatto che i media asiatici abbiano già dato notizia della mia azione legale è un primo passo importante».

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