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Start up, cresce l’agrifood tech

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analisi Simbiosity

Start up, cresce l’agrifood tech

La startup di Grosseto, la Water Food, che realizza serre idroponiche. Oppure la startup di Potenza, la Agrifa, che produce funghi e tartufi in serre idroponiche. Oppure anche la startup di Campobasso – la My Agry, che in pratica coltiva gli orti “personali”, bio, su misura – o la Spireat di Cremona che si è lanciata nella produzione di particolari alghe di acqua dolce.

Tutti esempi di «realtà in cui l’innovazione si è andata a innestare in uno degli ambiti tradizionali dell’economia del Paese»: le startup italiane dell’agri-food tech. Una realtà «in forte crescita» spiega Marco de Palma, co-founder di Simbiosity, società di consulenza – si definiscono “Innovation hunters” – che ha mappato le startup dell’agri-food tech in Italia con una ricerca che sarà presentata nell’ambito di Seed&Chips, evento di riferimento nel campo dell’innovazione nel food che si svolgerà a Milano, al MiCo da lunedì 7 al 10 maggio. A questo appuntamento lo scorso anno ha preso parte l’ex presidente Usa, Barack Obama, come speaker.

Quella che emerge dallo studio è la fotografia di un settore nuovo, con grandi possibilità di crescita e sviluppo in Italia. «In questo caso – aggiunge de Palma – l’innovazione viene declinata in un settore tipico per l’Italia e non in uno di quegli ambiti che richiedono una scalabilità mondiale in cui realtà italiane hanno ben poco spazio per emergere». Insomma, puntando sull’hi-tech è meglio concentrarsi su comparti in cui il legame con la tradizione italiana e del territorio può rappresentare un plus.

In questo senso la ricerca è giunta alla conclusione che l’agri-food tech rappresenta per l’Italia circa il 10% delle startup e scaleup. Si parla di 1.890 imprese su un totale di 18.853. Su questo punto vanno fatte due importanti precisazioni. La prima: le quasi diciannovemila startup italiane sono ben più delle oltre 8mila iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese delle Camere di commercio a fine dello scorso anno, parte di quell’“ecosistema normativo” diventato realtà in Italia dal 2012. «Abbiamo superato le 18mila startup censite – spiega de Palma – ampliando la platea delle imprese rispetto a quelle che si considerano per legge startup innovative. Abbiamo considerato le imprese fino a 20 dipendenti, con 10 anni di anzianità e con all’interno connotazioni hi-tech». Cosa, quest’ultima, fatta grazie a un sistema proprietario di mapping e classificazione basato su intelligenza artificiale e algoritmi di semantica.

In questa mappatura è emerso che un 10% appartiene all’agri-food “extended”: novero comprensivo delle startup con tecnologie applicabili all’agri-food oltre che dedicate. Un esempio? Aziende che magari operano con i droni ma ancora senza le idee chiare su una possibile applicazione i campo agricolo (pur senza escluderlo). Di queste, 617 sono quelle definite agri-food core”.

Queste rappresentano il focus dello studio di Simbiosity in cui come primo dato va evidenziato il trend: +74% in un anno. Lombardia (127), Emilia-Romagna (69), Veneto (54) e Lazio (8,1%) valgono quasi il 50% di una torta fatta da imprese la cui attività rientra nell’agritech (agricoltura di precisione, droni), nella trasformazione (produzione, packaging), nella distribuzione (e-commerce, delivery), health (biotech per la salute), “Knowledge&sharing” (food education, learning). Un questi comparti la crescita del 74% in un anno «è da tenere assolutamente in considerazione, anche nella sua componente geografica», con le 322 al Nord cresciute di numero dell’80%, le 128 del centro (+58%), ma soprattutto le 167 di Sud e Isole salite in un anno del 78 per cento.

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