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Telecom, ecco come Elliott prepara l’uscita di scena

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Le prossime mosse dopo l’assemblea

Telecom, ecco come Elliott prepara l’uscita di scena

(Epa)
(Epa)

Nella storia Telecom il ruolo da protagonista per Elliott è terminato con la vittoria su Vivendi all'assemblea del 4 maggio. Primo caso in Europa (e forse anche negli Usa) in cui un fondo attivista, con la mobilitazione del mercato, disarciona un azionista di riferimento, tanto forte da avere avuto il controllo di fatto.

Il suo ritorno l'ha già avuto con la pubblicità del ribaltone, evento unico anche per il fondo di Paul Singer che da quarant’anni è l'incubo delle società (e dei Governi) presi di mira e oggi gestisce qualcosa come 36 miliardi di dollari. Soldi che non sono di “speculatori”, ma in larga parte vengono da fondi pensione, fondi sovrani e investitori di lungo termine che vogliono mettere un po' di pepe nei loro portafogli.

La posizione su Telecom è invece destinata a “normalizzarsi” a livello di un grande fondo qualsiasi, sotto il 5% che non richiede di ottenere il benestare del golden power per gestire l'investimento. Il 9,2% col quale Elliott si era presentato all'assemblea Tim del 24 aprile era già sceso all'8,3% all'adunanza del 4 maggio, segno che parte dei titoli era in prestito. Ma il fondo ha protetto con derivati solo il 4,9%, una quota che si può considerare di “riferimento” ma che è destinata a ridursi proprio per i meccanismi della copertura.

Infatti il “collar” – la protezione finanziaria che risulta da una combinazione di opzioni put (a vendere) e call (a comprare) e che in questo caso ha JP Morgan come controparte finanziaria – individua un periodo determinato – scadenze comprese tra il 5 febbraio e il 6 giugno del 2019 – per cautelarsi dal rischio di ribassi del titolo Telecom sotto il livello di 0,81054 euro e remunerare la controparte se invece il titolo è sopra 0,89586 euro. Se Telecom cala, cioè, Elliott cederà buona parte del suo 4,9% a JP Morgan, ridimensionando la quota all'1,5%; se Telecom sale si terrà il 3,3%. Ci avrà guadagnato comunque, visto che il prezzo di carico dell'8,8% denunciato il 9 aprile era di 0,75 euro.

Nulla vieta al fondo di cambiare idea, ma nelle comunicazioni alla Sec Elliott ha chiarito che il suo obiettivo era eliminare le distorsioni che avevano prodotto la sottovalutazione del titolo, rimpiazzando alcuni amministratori (quelli in quota Vivendi) con «nuovi consiglieri, pienamente indipendenti e altamente qualificati». Allo stesso tempo il fondo – come naturale, visto che si tratta di un investitore finanziario – si riservava di rivedere il suo investimento in Telecom «su basi continuative», in dipendenza da diversi fattori, tra i quali «la posizione finanziaria dell’emittente e la direzione strategica», «le condizioni di mercato in generale», «altre opportunità di investimento» per il fondo e «la disponibilità di azioni che rendano l'acquisto o la vendita desiderabili». Nel filing al controllore del mercato Usa, Elliott si è lasciata aperta la possibilità di «incrementare o ridurre» la propria esposizione su Telecom, agendo non solo sulle azioni, ma anche su obbligazioni e derivati anche a scopo di hedging. Finale, per essere più chiari: il fondo può cambiare idea quando vuole. Può «rivedere o riconsiderare la posizione, e/o cambiare lo scopo, e/o formulare piani e proposte a riguardo».

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