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A Firenze è caccia aperta agli artigiani del lusso

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A Firenze è caccia aperta agli artigiani del lusso

Negli ultimi dieci anni ha conquistato la leadership mondiale, diventando l’area in cui tutti i grandi marchi della moda vogliono venire a produrre le borse. Ora però il distretto della pelletteria di lusso di Firenze – cresciuto nel 2017 al ritmo del 15% e arrivato a esportare più di 2,5 miliardi di euro - si trova a gestire la prima, grande evoluzione-trasformazione della sua (seconda) vita. Una trasformazione che porta grandi investimenti, ma anche qualche timore.

I marchi internazionali, che fino a oggi avevano preferito affidare la produzione di borse e portafogli alle piccole e grandi pelletterie fiorentine ricche di tradizione e di «saper fare» (i cosiddetti terzisti), hanno cominciato a voler controllare direttamente non solo lo stile, ma anche le fasi di realizzazione del prodotto. E per far questo hanno avviato lo shopping di aziende terziste o, addirittura, la costruzione di propri stabilimenti.

Il fenomeno è in pieno fermento. Nel gennaio scorso il gruppo Furla ha annunciato l’acquisizione del 100% della Effeuno di Tavarnelle Val di Pesa, pelletteria da 100 dipendenti e due milioni di pezzi all’anno che da tempo produceva per il marchio di borse bolognese. Nei giorni scorsi il gruppo Burberry ha rilevato la Cf&P di Scandicci, un centinaio di dipendenti e più di 80 milioni di ricavi, finora produttore di borse e accessori in pelle per il marchio inglese.

Passi ancor più rilevanti nella direzione del controllo produttivo diretto sono quelli fatti da Prada, che un anno fa ha completato un maxi stabilimento di produzione di pelletteria a Scandicci, e da Gucci (gruppo francese Kering), che sempre a Scandicci ha inaugurato ArtLab, centro di eccellenza della pelletteria costato 100 milioni di euro che a regime occuperà 800 persone. Non solo. Céline (gruppo francese Lvmh) sta costruendo una fabbrica di borse a Radda in Chianti che impiegherà 280 persone, da affiancare a quella di Greve; Fendi sta avviando la costruzione di una fabbrica di borse nell'ex fornace Brunelleschi di 90mila metri quadrati a Bagno a Ripoli che occuperà 350 persone.

Chi lavorerà in questi stabilimenti, nuovi o acquisiti? È proprio il fronte della manodopera la “croce e delizia” del distretto fiorentino. I grandi marchi si stanno muovendo con numeri da capogiro: Céline nei mesi scorsi ha aperto la selezione per 100 operai di produzione; Gucci ha già annunciato di voler assumere altre 400 persone, Fendi avrà bisogno di centinaia di profili. Da qui la «battaglia della manodopera» che, partita in sordina, è ora in pieno svolgimento: i grandi marchi diventati produttori in proprio “soffiano” i pellettieri già formati ai piccoli e piccolissimi laboratori terzisti che finiscono in grave difficoltà, senza armi da poter spendere per farli rimanere.

«L’appeal di un brand nell’assunzione di personale non si può neppure paragonare a quello di una piccola e media azienda» spiega David Rulli, terzista per grandi marchi con la sua Tripel Due (46 milioni di fatturato 2017, +7%) e presidente della sezione Pelletteria di Confindustria Firenze. «Se i marchi hanno difficoltà a trovare personale – aggiunge – per noi queste difficoltà sono doppie. Quello che possiamo fare è cercare di aumentare le dimensioni, unirci, fare rete, joint venture».

«Il fenomeno della fuga del personale interessa soprattutto il secondo livello di fornitura (cioè le aziende più piccole che lavorano per quelle che hanno rapporti con il marchio, ndr) – aggiunge Massimiliano Guerrini, pellettiere terzista con la Almax (170 dipendenti)- tra queste piccole aziende, in effetti, c’è un po’ di allarmismo e di preoccupazione, perché sanno che le sirene di un brand sono difficili da rifiutare, e perché una grande azienda dà più sicurezza. Ma quello che è successo finora non è nulla, rispetto a quel che ci aspetta: il bello verrà nei prossimi anni».

I prossimi anni sono quelli in cui entreranno in funzione le nuove grandi fabbriche di borse dei brand. Rulli ha lanciato l’allarme da tempo: «Nel distretto servono almeno tremila persone, vanno formate». Franco Baccani, presidente dell’Alta scuola di pelletteria di Scandicci, dal cui capitale i brand sono usciti (oggi è di Confindustria Firenze e dei Comuni di Scandicci, Pontassieve, Bagno a Ripoli), invita a cambiare marcia: «Le istituzioni devono chiamare i brand a contribuire alla formazione, da fare sul territorio in cui operano, così da spalmare tecnologie e innovazione all’intero distretto. Altrimenti – aggiunge Baccani riferendosi alla tendenza crescente dei brand a fare formazione “in casa”, con corsi interni – si creano feudi e il territorio si sterilizza».

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