Economia

Fondi Ue, l’Italia al riparo dal taglio

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Il nuovo ciclo

Fondi Ue, l’Italia al riparo dal taglio

Agf
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Le prime anticipazioni sul Regolamento che ridisegnerà l’uso dei fondi Ue parlano, almeno per quanto riguarda il Fondo sociale europeo, di meccanismi legati a filo doppio alle riforme strutturali richieste ai singoli Paesi e di una governance da affidare principalmente ai governi e non più alle regioni. «Staremo a vedere se queste ipotesi saranno confermate, aspettiamo la fine di maggio per il testo definitivo» commenta il ministro uscente della Coesione territoriale e del Mezzogiorno, Claudio De Vincenti. Ad ogni modo per l’Italia, alle prese da anni con difficoltà nella spesa dei fondi, il nuovo Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 rappresenterà un passaggio storico. Peccato che si arrivi all’appuntamento senza un governo forte in carica, e con poca attenzione mostrata dai partiti che dovrebbero subentrare a Palazzo Chigi.

Per ora, in attesa di conferme, si può dire che i primi calcoli fatti dagli addetti ai lavori sono improntati all’ottimismo. Un documento dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea della Camera dei deputati analizza il taglio della politica di coesione, che si aggirerebbe tra il 5 e il 7%. Ma a determinarlo sarebbe in realtà il Fondo di coesione, che riguarda principalmente i Paesi dell’Est in quanto finanzia i progetti nel settore dei trasporti e dell’ambiente negli Stati in cui il reddito nazionale lordo pro capite è inferiore al 90% della media Ue. La dotazione di questo Fondo scenderà da 63 a 46 miliardi. I Fondi che toccano da vicino altri Paesi, tra cui l’Italia, dovrebbero restare in equilibrio. Si tratta del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che promuove uno sviluppo equilibrato nelle diverse regioni Ue, e del Fondo sociale europeo (Fse) che sostiene progetti in materia di occupazione. «Le nostre elaborazioni - dice De Vincenti - indicano, a prezzi costanti 2018, che il Fesr passerebbe dai 200,7 miliardi del 2014-2020 a 200,6 del 2021-2027 e l’Fse resterebbe a 88,6 miliardi». Il documento della Camera, utilizzando il criterio dei prezzi nominali, stima addirittura un incremento: Fesr da 199 a 226 miliardi e Fse da 83 a 101 miliardi. «Mi sembra che alla fine la battaglia per non tagliare il Fesr e l’Fse, condotta in prima fila dall’Italia coinvolgendo anche Germania, Francia e Spagna, abbia dato buoni risultati» commenta De Vincenti.

Fin qui una fotografia generale, che riguarda i Fondi nella loro entità complessiva. Per sapere invece quanto toccherà ad ogni singolo Paese bisognerà attendere i criteri di riparto del Regolamento. La crisi ha abbassato i livelli di Pil pro capite di alcune regioni rispetto alla media Ue 27 e questo potrebbe paradossalmente tramutarsi in un vantaggio in termini di assegnazione di risorse. In questa situazione potrebbero ad esempio ritrovarsi Sardegna e Molise, scivolando da Regioni in transizione a Regioni meno sviluppate, e l’Umbria, che retrocederebbe da Regione più sviluppata a Regione in transizione.

Ma ci sono ancora diversi punti interrogativi. «Tra le proposte tuttora in discussione infatti - spiega De Vincenti - c’è anche quella di abbandonare la tripartizione delle regioni e passare a una nuova classificazione. E ci sono nuovi criteri che potrebbero affiancare il Pil pro capite, come il tasso di disoccupazione totale, quello giovanile, forse l’indice di povertà e l’impatto della gestione dei migranti. Attendiamo. In teoria anche questi criteri potrebbero avvantaggiarci ma bisognerà vedere come saranno combinati tra loro».

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