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L’animale femmina di Emanuela Canepa: se la violenza è…

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narrativa

L’animale femmina di Emanuela Canepa: se la violenza è manipolazione

La solitudine di Rosita è una ribellione. Rosita è una studentessa fuori corso, in una città chenon è la sua. Una città voluta, inseguita, come voluti ad ogni costo sono i suoi studi. Rosita è la figlia quietamente obbediente di una madre, onnipotente, invadente, a tratti anaffettiva. Rosita è L’Animale femmina di Emanuela Canepa (Einaudi, pp. 272, 17,50 euro). «Da bambina non facevo altro che aspettare di vederla puntare gli occhi su di me. Non è che mi trascurasse, al contrario. Non mi hai mai fatto mancare niente. Ma non mi guardava mai. Ogni atto di cura veniva messo in pratica con la stessa meticolosità di tutto il resto, la mente già proiettata verso l’incombenza successiva. Infilarmi una maglietta o preparare la base del soffritto erano attività con lo stesso grado di coinvolgimento. Io non facevo mai la differenza».

Rosita si sottrae nell’unico modo che sa: fuggire senza urlare. Quindi sottrarsi e pazienza se il prezzo da pagare è la privazione, la solitudine. Per stare dentro la vita che ha scelto (Padova versus il malinconico paese del sud; gli studi in medicina versus una più conformista vita di moglie e madre), Rosita accetta: accetta la fatica di un lavoro mal pagato, la frustrazione di una specie di amore a metà, la relazione con un uomo sposato.

«Questo è tutto quello che abbiamo. La concentrazione degli affetti in microscopici spazi. Forse perché l’affetto da comprimere non è granché, o perché in mancanza di alternative lo potiamo senza garbo ogni volta che manifesta l’urgenza di crescere. È un amore da piccoli coltivatori. Un minuscolo orto urbano di sesso e sentimenti bonsai. Con la ristrettezza però ho familiarità. Questo c’è, e me lo faccio bastare».

Accetta e lo accetta al punto di pensare che fosse tutto lì, il suo mondo, il mondo. Cos’altro desiderare? Cos’altro sperare? Fino a quando un evento casuale non innesca la mutazione.

Un incontro, un uomo, un anziano avvocato, un nuovo lavoro. L’avvio di una trasformazione e quindi di una manipolazione, o anzi al contrario di una manipolazione che genera. Che genera dapprima una nuova gabbia e poi un esisto inatteso. Si riaffiora dopo essere sprofondati. Emanuela Canepa, vincitrice con questo romanzo del Premio Calvino, racconta la storia di uno scontro, di una guerra, o meglio di un assedio, tutto mentale. In cui la violenza è nei pensieri e nelle parole, in cui nessun’altra risorsa è concessa all’individuo se non l’appartenza a sé stessi. È un modo gelido quello che ritrae Canepa , in cui gli individui sono dominati dall’assoluta incapacità di uscire da loro stessi, di abbandonarsi a una effettività calda e consolante. Feroci, spesso, o addolorati come nel caso di Renata, l’azione dei personaggi è segnata dall’esercizio dell’egoismo. Unica a sfuggirvi, dopo Rosita, è l’amica Dina, personaggio marginale se non fosse per il suo ruolo di contrappunto.

L’animale femmina è il racconto di una violenza silenziosa, quella che attraverso il pensiero, la parola, sovverte e sminuisce, circonda e condiziona. Colpisce la capacità di Lepore, l’anziano avvocato, di impadronirsi di una natura attraverso l’osservazione, la dialettica acuta affinata dal lungo esercizio del disprezzo. È lui il dominus di queste pagine, e se Rosita è chiaramente ciò che ci aspettiamo che sia, Lepore è sorprendente: a lui la materia della storia, alle sue parole il motore delle pagine. Il carattere del testo di Canepa sta nell’efficacia con cui riesce a rendere teso il ragionamento, nel tratto con cui restituisce le sfumatura , nella capacità di alzare la tensione attraverso la restituzione dei particolari. Fino al sovvertimento finale: cosa accade se la vittima si plasma sul carnefice al punto da inglobarne la forza?

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