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Barilla, appello all’Europa per una «food revolution»

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Barilla, appello all’Europa per una «food revolution»

L’Europa deve passare da una Politica agricola comune orientata all’aumento della produzione a una Politica agroalimentare comune in grado di integrare tra i suoi obiettivi la nutrizione e la salute, oltre a un approccio nuovo ai temi ambientali che stanno sconvolgendo la mappa della produzione mondiale.

È il messaggio lanciato a Bruxelles da Paolo Barilla, vicepresidente dell’omonima Fondazione oltre che del gruppo di Parma che negli ultimi anni ha messo la sostenibilità ambientale al centro delle strategie aziendali, in occasione del forum internazionale su alimentazione e nutrizione.

A dieci anni dalla crisi della primavera 2008 innescata dalla carenza di alcune commodity agricole chiave, i mercati mondiali sono nuovamente dominati da un eccesso d’offerta strutturale con prezzi – a eccezione di alcuni comparti – su livelli storicamente bassi. Eppure, nonostante la riscoperta del valore strategico dell’agricoltura nelle nuove guerre commerciali, il mondo si trova in un paradosso: nei paesi ricchi crescono gli sprechi alimentari e l’obesità, mentre il numero di persone malnutrite (oltre 800 milioni) è tornato a crescere dopo anni di faticosi miglioramenti.

Lo spreco alimentare vale da solo la metà del Pil italiano, 750 miliardi, e un terzo del cibo gettato basterebbe a sconfiggere la fame. La carenza di cibo influisce sulle migrazioni più dei conflitti. Eppure questi temi sembrano non trovare spazio nella riforma della Politica agricola comune post 2020 avviata nei giorni scorsi a Bruxelles con la presentazione delle proposte della Commissione. Il negoziato comunitario è infatti incentrato esclusivamente sui tagli ai sussidi per pagare il conto della Brexit, con una progressiva rinazionalizzazione della prima politica economica europea veramente comune, che però vale ancora 50 miliardi di euro annui.

In questo scenario si colloca l’appello per una vera e propria “Food Revolution” di Barilla: «Crediamo che l’Unione europea, con il suo patrimonio e le sue competenze nel settore alimentare, possa e debba fare di più per raggiungere un futuro alimentare sostenibile per tutti. Abbiamo 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile da centrare entro il 2030 e il cibo e il modo in cui lo produciamo giocheranno un ruolo fondamentale per riuscirci. Per questo motivo, riteniamo che l’Ue debba passare da una Politica agricola comune orientata all’aumento della produzione a una Politica agroalimentare comune che includa obiettivi di rendimento per la nutrizione e la salute. Le decisioni che verranno prese in quest’ottica – ricorda Barilla – avranno ripercussioni future sull’ambiente e potranno cambiare, o almeno influenzare, anche i flussi migratori».

Il Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn), sulla scia del panel intergovernativo sul clima che ha portato a COP21 e agli accordi di Parigi, si fa quindi promotore della formazione di un «Gruppo Intergovernativo su Alimentazione e Nutrizione», per avviare un dialogo multidisciplinare su cibo, nutrizione e ambiente necessario a un approccio globale che, a oggi, manca. «Questo cambiamento epocale passa da tanti fattori – spiega ancora Barilla –, uno di questo sono i giovani e le donne, portatori da sempre di valori di cambiamento. Purtroppo, solo il 6% del totale degli agricoltori in Europa ha meno di 35 anni, mentre meno di un terzo degli agricoltori più anziani è donna. La nuova Pac dovrà tener conto di questi elementi per essere pensata in un’ottica innovativa».

Ripensare la Pac e il sistema alimentare attuale insomma è fondamentale per concentrarsi sul legame tra cibo, nutrizione e ambiente alla luce del fatto che ancora oggi il settore alimentare in Europa causa tra il 20% e il 35% delle emissioni di gas serra e che sono proprio i cambiamenti climatici a rendere impossibile la produzione di cibo in molte aree marginali del pianeta tanto da costringere le popolazioni a migrare, con l’insicurezza alimentare che è tra le prime cause alla base dei flussi migratori. Un aspetto spesso ignorato o sottovalutato. Degli oltre 257 milioni di persone che migrano nel mondo, sono poco meno di 35 milioni (13,5% del totale di chi emigra) quelli che si spostano verso l’area del Mediterraneo, mentre oltre 38 milioni di abitanti (il 14,9% del totale) lasciano quest’area e lo fanno soprattutto a causa dell’insicurezza alimentare (si tratta dell’1,9% della popolazione che si sposta rispetto allo 0,4% che lo fa per fuggire da ogni anno di guerra aggiuntivo.

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