Economia

Sardegna, la fabbrica della discordia: sindacati e comune la…

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A DomusnovaS, IN SARDEGNA

Sardegna, la fabbrica della discordia: sindacati e comune la difendono, i comitati vogliono riconvertirla

Divisi sulla fabbrica di armamenti militari. Perché la presenza, ma anche i programmi di crescita e di investimento per 40 milioni di euro, della Rwm a Domusnovas animano la contrapposizione tra chi la vorrebbe chiudere o quantomeno riconvertire e chi (un asse traversale che unisce sindacati e Confindustria, abitanti e lavoratori dei centri vicini) la difende e sostiene.

L’oggetto del contendere è la fabbrica (controllata dalla tedesca Rheinmetall, che negli anni ha acquisito la vecchia Sei esplosivi, specializzata nella produzione di materiale esplosivo per uso civile e militare) impegnata nella produzione di materiale bellico alla periferia di Domusnovas, centro con 6.700 abitanti dell’Iglesiente a una quarantina di chilometri da Cagliari.

L’azienda – all’interno sono impegnate circa 270 persone divise tra i 90 assunti a tempo pieno e gli altri con lavoro somministrato – porta avanti un programma di investimenti e ampliamento (uffici, deposito, campo prove e impianti) per 40 milioni di euro.

«Si tratta del primo caso di delocalizzazione al contrario – dice Francesco Garau, segretario regionale della Filctem – perché, al netto delle opinioni personali, dell’etica e delle discussioni in atto, qui siamo davanti a un’azienda che si muove all’interno del quadro normativo e che anziché investire all’estero o potenziare l’altro polo ha deciso di puntare sullo stabilimento sardo. Gli altri aspetti competono ad altri non a noi».

Non viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda le associazioni e i movimenti che da qualche tempo animano la discussione chiedendo la riconversione della fabbrica. «C’ê un aspetto di carattere etico perché noi pensiamo che il lavoro non debba produrre morte – commenta Cinzia Guaita, animatrice dei comitati e associazioni che chiedono la riconversione –. Si producono le bombe che poi vengono vendute e utilizzate in guerra. Pensiamo allo Yemen. Questo noi non lo accettiamo. Crediamo che i sardi debbano fare altro. C’è una motivazione di carattere legale rappresentata dall’articolo 11 della Costituzione e dalla legge 185 del 1990». Da qui l’avvio di una mobilitazione che ha dato vita al comitato per la riconversione. «Sia chiaro, non diciamo tutti a casa ma crediamo che questa fabbrica possa seguire un’altra direzione – aggiunge Cinzia Guaita –. Non è detto che si debbano produrre bombe, d’altronde a chiedere la riconversione ci sono stati sia il parlamentare dei Cinque stelle Pino Cabras sia l’eurodeputato del Pd Renato Soru».

Una presa di posizione che però non convince né gli amministratori comunali locali né le parti sociali (Filctem, Femca e Uiltec e Confindustria Sardegna Meridionale) che già dal 2017 hanno condiviso un documento considerato ancora attuale in cui si «dissociano fermamente da ogni iniziativa del “Comitato di Riconversione Rwm” che, se realizzata, avrà l’unico risultato di provocare la chiusura dello Stabilimento Rwm Italia di Domusnovas ed il suo trasferimento in un altro Paese della Ue». A porre dubbi sulla richiesta di “conversione” il sindaco Massimo Ventura. «Cosa significhi parlare di riconversione non lo capiamo proprio. Qui c’è un’alta professionalità e sicuramente non si possono produrre altre cose da un giorno all’altro. In ogni caso è bene ricordare che chiudere questo stabilimento significa mandare a casa quasi trecento persone, che per un territorio che sopravvive con gli ammortizzatori sociali o le pensioni non è una cosa di poco conto».

Dello stesso avviso anche il segretario della Femca Cisl Nino D’Orso che premette: «Siamo tutti contro la guerra e per la pace, ma mi pare che la produzione di materiale bellico sia necessaria anche per il Paese. Quello stabilimento è impegnato in quel settore dagli anni 80. E se si ferma la produzione la guerra non finisce. Chiudere tutto senza una alternativa concreta e immediatamente attuabile soluzione sarebbe inaccettabile. Qui c’è il rischio che l’unica fabbrica che produce, investe e assume possa andare via e questo fatto non può essere accettato». L’esponente della Cisl poi rimarca un aspetto: «Siamo in presenza di un’azienda che opera all’interno del quadro normativo nel rispetto delle leggi. Inoltre gli accordi internazionali non si possono modificare facendo la guerra ai lavoratori».

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