Economia

Ilva, il piano di Am Investco vale 3 miliardi di Pil all’anno

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Ilva, il piano di Am Investco vale 3 miliardi di Pil all’anno

Per Ilva si avvicina il momento delle decisioni. Il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, potrebbe incontrare i commissari e le parti tra domani e giovedì in vista di una scelta sul futuro dello stabilimento.

Dagli incontri con Am Investco e sindacati, che dovrebbero avvenire separatamente e non con un tavolo unificato, si potrà capire se ci sono i margini per andare avanti con la trattativa, se si procederà verso una proroga di 90 giorni dell’amministrazione straordinaria che scade a fine giugno o se si andrà verso un drammatico strappo con conseguente deviazione verso le suggestioni “green” del Movimento 5 Stelle.

Ieri intanto la Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ha inviato a Di Maio uno studio che valuta in 3,1 miliardi annui il contributo al Pil che potrebbe derivare dal piano industriale.

«È un contributo scientifico alla discussione - spiega Luca Bianchi, direttore Svimez -. Non si vogliono passare in secondo piano altri aspetti ugualmente importanti, e forse di più, quali il nodo esuberi al centro della trattativa sindacale e l’imponente bonifica ambientale necessaria».

Come noto Am Investco, la cordata guidata da Arcelor Mittal, ha previsto una produzione nel solo sito di Taranto intorno alle 6 milioni di tonnellate all’anno di acciaio grezzo, cui si aggiungerebbero altri due milioni tra gli impianti di Genova (produzione ad uso alimentare) e Novi Ligure (automotive). Dal 2023 a Taranto si passerebbe a 8 milioni di tonnellate. Partendo da questi dati - e dai 2,4 miliardi di nuovi investimenti e 1,1 miliardi di spese per la bonifica - la Svimez ha stimato un impatto sul Pil pari a circa 3,1 miliardi di euro all’anno, in totale quasi 19 miliardi nel periodo di attuazione del piano (2018-2023), più di un punto di Pil. Dopo il 2023 l’impatto è destinato a salire a 3,9 miliardi annui.

L’elemento per certi versi meno scontato - sottolineano gli esperti della Svimez - è l’impatto nazionale, cioè un moltiplicatore che travalica la spinta per l’economica meridionale. Perché dei 3,1 miliardi annui di Pil attivati ogni anno poco meno di 1 miliardo è localizzato fuori alla Puglia, prevalentemente nelle regioni del Centro-Nord. In sostanza, ogni euro di fatturato realizzato a Taranto “ingloba” quasi 30 centesimi di beni intermedi e servizi prodotti nel resto d’Italia. «Ne emerge un tema molto più ampio rispetto all’economia del Mezzogiorno. L’Ilva dimostra di essere una questione nazionale di politica industriale» commenta Bianchi.

L’indagine valuta tre tipi di effetti: diretti (da produzione), indiretti (maggiori input e servizi acquistati da altri settori) e indotti (incremento di consumi frutto della maggiore occupazione). Questa triplice spinta dovrebbe coinvolgere diversi comparti. Svimez calcola che, nell’intero periodo di attuazione del piano, la produzione potrà sostenere 51mila posizioni lavorative (unità lavorative annue), tra aggiuntive e consolidate. Circa 42mila sono attese in Puglia, 9mila nel resto d’Italia con il Centro-Nord ampiamente interessato.

In Puglia poco più della metà dell’occupazione che verrebbe complessivamente creata è, come prevedibile, nel comparto industriale, incluse costruzione e personale impegnato nella produzione elettrica. Circa 20mila sono comunque previsti in altri settori, in primis servizi privati. Situazione ribaltata nel resto d’Italia, con 6mila posizioni su 9mila che dovrebbero essere create o consolidate al di fuori dell’industria.

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