Economia

Meccanotessile a caccia di competenze

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MACCHINARI

Meccanotessile a caccia di competenze

«Il lavoro non manca anzi. I fornitori faticano a starci dietro: chiamano magari una settimana prima della consegna e chiedono più tempo». Un problema, quello raccontato da Alessandro Zucchi, comune a molti comparti dei macchinar, e che coinvolge anche il meccanotessile.

Anno d’oro il 2017 per il settore, in grado di riportarsi nei volumi di produzione a ridosso del periodo pre-crisi. I fasti del passato, quando ancora la Cina non era presente sul mercato, sono difficili da recuperare ma i 2,4 miliardi di produzione realizzata rappresentano comunque un balzo notevole rispetto all’anno precedente. Merito dell’export (+7%), salito a ridosso dei due miliardi, ma soprattutto delle consegne interne, cresciute del 19% grazie agli incentivi di Industria 4.0

«Le nuove commesse ora sono forse meno toniche rispetto a fine anno - spiega il presidente di Acimit - ma gli ordini acquisiti hanno portato davvero moltissimo lavoro. Stiamo lavorando tutti parecchio e sento molte aziende con lavoro già saturato per almeno 4-6 mesi».

Il tema più pressante per le 300 aziende del comparto, che danno lavoro a 12mila addetti, è ora quello delle competenze. Alla difficoltà cronica del reperimento dei profili tecnici richiesti si aggiunge ora la carenza nei profili più alti, quelli legati alla gestione della digitalizzazione, dei big data e della manutenzione remota.


«L'applicazione di Industria 4.0 in aziende di piccole dimensioni come le nostre, aggiunge Zucchi - è tutt'altro che facile. Essa richiede nuove competenze e crea la domanda per nuove professionalità, difficilmente individuabili negli attuali percorsi di formazione. Serve dunque ripensare anche all'offerta formativa. È necessario che il nuovo Governo dia la priorità agli investimenti in capitale umano, potenziando ad esempio gli Istituti Tecnici Superiori, capaci di rispondere alla domanda di nuove competenze che proviene dalle aziende»

Tra le aziende scatta così una sorta di “caccia” al tecnico, con qualche effetto anche sugli stipendi. «Quelli bravi - chiarisce Zucchi - le aziende tendono a tenerseli stretti e li pagano a peso d’oro, in particolare quando parliamo di know-how molto raro sul mercato. Io stesso nella mia azienda di 47 persone ho sette posizioni aperte. Che fatico a trovare».

Il settore prova a risollevare la testa dopo anni durissimi, con un livello di produzione già sceso ben prima della crisi del 2009 per effetto della concorrenza dei paesi del far east. Da una produzione di 3,2 miliardi di euro nel 2002 il calo è stato progressivo, fino all’abisso del 2009, con un output crollato a 1,45 miliardi. La ripresa da allora è stata parziale, soprattutto grazie all’export. Rispetto al 2002 l’export si trova infatti ad appena 300 milioni di euro di distanza (il 15%), mentre il gap maggiore è nel mercato interno. Anche dopo lo scatto del biennio 2016-2017 ci troviamo infatti in Italia a quota 870 milioni di euro, la metà rispetto al 2002.

«Per ora restiamo ottimisti - conclude Zucchi - anche se sul piano internazionale basta un attimo per bloccare i mercati. Sul piano interno devo dire che il piano posto in essere dal precedente Governo ha avuto il merito di mettere al centro del proprio intervento la manifattura, che resta il vero driver per la crescita economica di un Paese sviluppato come il nostro. Siamo sicuri che questa ritrovata centralità della manifattura non verrà accantonata dal nuovo Esecutivo».

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