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Delocalizzare? Soltanto il 10% va in Asia

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investire all’estero

Delocalizzare? Soltanto il 10% va in Asia

Un disegno di legge per obbligare le aziende che delocalizzano a restituire i fondi pubblici incassati. Magari addirittura un dazio del 10% - come propone la Lega - alle merci importate in Italia da stabilimenti trasferiti all’estero. A chi si rivolge esattamente, il neoministro alla Sviluppo economico Luigi Di Maio, quando ipotizza un simile intervento per la salvaguardia dei posti di lavoro? Secondo il professor Marco Mutinelli, creatore della banca dati Reprint sugli investimenti delle aziende italiane all’estero, la platea che potrebbe essere colpita dal provvedimento ammonta a 6-7mila imprese manifatturiere.

«Potenzialmente - specifica il professore, che insegna all’Università di Brescia e ogni anno firma il rapporto Italia Multinazionale dell’Ice - primo perché non sappiamo quante di queste imprese abbiano effettivamente ricevuto incentivi di Stato. E secondo, soprattutto, perchè la domanda giusta da porsi è: che cosa si intende esattamente per delocalizzazione?».Un’impresa che importa manufatti realizzati dalle sue partecipate all’estero e assembla in Italia il prodotto finito, è un’azienda che ha spostato la produzione o è una multinazionale italiana con una catena globale del valore? E un’impresa tessile che produce all’estero presso laboratori che non sono di sua proprietà, ma che lavorano in conto terzi, è invece un’impresa che non ha delocalizzato?

Una volta risolto l’ingarbugliato nodo della definizione, resta poi da capire se chi va all’estero lo fa per risparmiare sul costo del lavoro oppure per essere più vicino ai suoi mercati di sbocco. «Se guardiamo al fatturato complessivo generato dalle partecipazioni italiane all’estero - spiega Mutinelli - si scopre che per la maggior parte proviene da imprese create in Europa Occidentale e in Nordamerica». E Francia, Germania o Stati Uniti sono tutti Paesi dove certo non ci si trasferisce perché il costo del lavoro è più basso».

Il tanto agitato spauracchio dell’Europa dell’Est, dove le nostre imprese fuggirebbero perché lì i salari sono una frazione di quelli nazionali, rappresenta solo il 7,3% di tutto il fatturato delle partecipazioni italiane all’estero. Se insomma il manifatturiero made in Italy in giro per il mondo ha creato circa 920mila posti di lavoro, in Europa dell’Est non ne sono arrivati più di 170mila, e non tutti necessariamente frutto della soppressione di impieghi in Italia. «Anche chi produce in Asia, pari al 10% del totale - aggiunge Mutinelli - nella maggior parte dei casi non lo fa per riesportare in Italia, ma per vendere sul mercato locale». Impedire la delocalizzazione, insomma, non conserva i posti di lavoro in Italia, impedisce soltanto alle imprese di crescere all’estero: «Da uno studio che elaborammo per Simest - conclude Mutinelli - venne fuori che in media le imprese italiane che producono anche all’estero aumentano, e non diminuiscono, l’occupazione in Italia».

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