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Sharebot, le stampanti 3D italiane che hanno conquistato i tedeschi

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Sharebot, le stampanti 3D italiane che hanno conquistato i tedeschi

In Germania la stampa 3D parlerà italiano. Il prossimo 11 luglio apre i battenti ad Amburgo il primo showroom di Sharebot, il principale produttore italiano di stampanti 3D. L’azienda – che qualche settimana fa ha presentato la sua nuova Rover, un modello a resina compatto e ad altissima precisione – è una success-story rinata dalle ceneri della vecchia industria tessile. Attiva a Nibionno (Lecco), nei capannoni dismessi per la crisi, Sharebot è oggi il primo produttore italiano di stampanti 3D professionali. Lanciata come startup nel 2013 da un’idea di Cristian Giussani e Arturo Donghi, oggi rispettivamente capo della ricerca e Ceo, conta meno di 20 dipendenti ma è già nei radar degli investitori internazionali sia per i numeri che per i prodotti.

Da due anni i bilanci registrano aumenti a doppia cifra del fatturato (1,76 milioni di euro nel 2017) e oggi l’azienda conta più di 3mila stampanti vendute nel mondo ed è valutata 5 milioni di euro, ma pensa in grande con un network di negozi dedicati a Monza, Padova e Firenze, che si sta espandendo in Italia e all’estero. «Lo show-room di Amburgo, aperto in collaborazione con il colosso del biomedicale Dmg è un passo in questa direzione – sottolinea Arturo Donghi, imprenditore cresciuto nel tessile ma ormai a suo agio anche tra resine e plastiche -. Puntiamo a diventare un’azienda globale con 10 milioni di fatturato entro il 2020. Nel 2018 sbarcheremo negli Usa, che rappresentano più del 50% del mercato, con uno Sharebot HQ a Ventura, in California, che si aggiunge a quello di Amburgo».

La strada individuata da Donghi per crescere si muove su due gambe: ricerca e soci strategici. Nei suoi primi cinque anni di attività Sharebot ha investito oltre 850mila euro in ricerca ed oltre 350mila euro sul marchio Sharebot tra fiere, eventi, conferenze e viaggi. Il 2017 ha visto l’entrata nel capitale della società di due soci molto importanti sul fronte tecnologico: i tedeschi di Dmg Digital Enterprises di Amburgo che sviluppa, produce e vende dispositivi medici dentali in più di 80 paesi e Dentalica spa, punto di riferimento per l’odontoiatria italiana. «Il settore meccanico è stato il nostro punto di partenza – spiega Donghi – ma quello dentale promette la maggiore espansione nei prossimi anni anche grazie ai nuovi soci. Il prossimo passo sarà quello orafo, per il quale stiamo mettendo a punto delle resine ad-hoc».

Lo spazio per crescere certamente c’è poiché, a livello mondiale, il volume di vendita di stampanti 3D professionali è ancora ridotto (10-12mila pezzi da più di 5mila dollari nel 2017) con un valore complessivo, comprese le forniture e i servizi, di circa 1,6 miliardi di dollari a fronte di un mercato globale di macchinari di produzione di 65miliardi. Nel mondo semi professionale o consumer i produttori si stanno concentrando e il 70% del mercato è nelle mani di 6-7 aziende. «È iniziato un processo di sfoltimento delle aziende – osserva il Ceo - molte chiudono e altre si accorpano e probabilmente questo processo continuerà in futuro. Il mercato consumer non spende oltre 2mila dollari per una stampante 3D ed oggi il 50% di questo mercato è nelle mani di due aziende con stampanti il cui prezzo è tra i 300 e gli 800 dollari».

Sharebot punta invece al mercato professionale delle piccole e medie aziende con prodotti che superano spesso i 5mila euro per i modelli più evoluti, ma garantiscono grande flessibilità e qualità ma, soprattutto, puntano su interfacce che ne semplificano l’utilizzo da parte degli utenti. Questa roadmap in linea con le previsioni di evoluzione del mercato che, secondo le stime dello studio Ing 3D printing: a threat to global trade, potrebbero vedere la stampa 3D responsabile della produzione localizzata del 40% delle merci oggi oggetto di scambi internazionali. «A lungo termine l’obiettivo è arrivare alla quotazione, molto probabilmente negli Usa – spiega Donghi – ma non è un passaggio imminente perché siamo già in utile e molto liquidi, anche grazie all’entrata dei nuovi soci. Non ci interessano investitori puramente finanziari, ma soci con competenze e tecnologie che ci aiutino a crescere in nuovi mercati»

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