Economia

La grande crisi dei professionisti tiene i redditi sotto i livelli del 2006

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La grande crisi dei professionisti tiene i redditi sotto i livelli del 2006

L’Italia deve recuperare ancora oltre cinque punti di Pil e 15 di produzione industriale per archiviare davvero la crisi. La stasi che separa il nostro Paese dall’Eurozona, dove invece il Pil ha superato ormai di oltre il 7% i livelli del 2006, spiega da sola i numeri che mostrano i redditi dei professionisti fotografati dalle dichiarazioni fiscali: 12 delle 18 categorie prese in considerazione - in un panorama che rappresenta tutte le articolazioni principali del mondo professionale del lavoro autonomo - sono ancora lontane dai redditi dichiarati nel 2006 in termini reali (i dati tengono conto dell’inflazione).

Bisogna partire da qui per ragionare sui progetti di riforma fiscale che in un calendario ancora tutto da definire dovrebbero cominciare proprio dalle partite Iva a scaldare la macchina della flat tax. Ma prima di vagheggiare sui progetti del futuro è utile guardare la realtà del presente.

COSA È SUCCESSO DURANTE LA GRANDE CRISI
L’evoluzione del numero di professionisti e dei loro redditi

I lunghi anni della crisi non si sono limitati a tagliare i redditi dei professionisti, ma hanno cambiato connotati e dimensioni di molte professioni. Rispetto a 10 anni prima, le dichiarazioni del 2016 diffuse nelle ultime settimane dal dipartimento Finanze spiegano che in Italia ci sono molti meno geometri, revisori, periti industriali e architetti, mentre aumentano psicologi, dentisti, avvocati e commercialisti. Gli psicologi, con 22.240 euro lordi medi, occupano l’ultimo scalino nella graduatoria dei redditi, ma sono anche tra i pochi a dichiarare in media più del 2006 (+6,9%), in un gruppo di testa in cui primeggiano i veterinari: loro sono penultimi in classifica, con 24.720 euro, ma in dieci anni fanno segnare un +31,2 per cento.

Se per categorie come queste l’evoluzione di bisogni e costume aiuta a spiegare la ripresa, per il grosso del mondo professionale la situazione è diversa. Nella media complessiva, la crisi ha iniziato a colpire subito, nel 2007, per poi disegnare un doppio scalino al ribasso nel 2009 e nel 2012-13. La ripresa successiva è stata fiacca e ha fermato il reddito medio del professionista-tipo più in basso del 6,4% rispetto al 2006.

I numeri complessivi offrono però solo un’indicazione generica in un panorama in cui ogni professione fa storia a sé. Significativa è quella dei notai: il loro primato reddituale continua a essere fuori discussione, ma in dieci anni la frenata dell’economia si è mangiata in termini reali poco meno della metà del reddito medio. A spiegare questa flessione record, accanto al fatto che l’attività dei notai è per definizione integralmente registrata e dichiarata, c’è la lunga fase nera dell’edilizia, che ha tagliato in modo drastico transazioni e atti. E che ha spinto in basso anche i guadagni medi di architetti, ingegneri e geometri, le categorie che accumulano le flessioni maggiori insieme ai farmacisti.

Redditi ancora lontani dai livelli del 2006 caratterizzano poi avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro, professioni nelle quali la diminuzione delle entrate medie si è accompagnata a un ampliamento della platea. E questo aspetto suggerisce un altro fenomeno, che le tabelle ministeriali sulle dichiarazioni non mostrano: a pesare sul confronto con il 2006 c’è anche il fatto che i fatturati di chi ha mosso negli ultimi anni i primi passi nelle professioni sono in genere molto più leggeri rispetto a quelli dei debuttanti del passato. Un rafforzamento dei regimi forfettari, in quest’ottica, potrebbe dare una mano prima di tutto ai giovani professionisti.

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