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Ciaran Quilty: «Le Pmi? Lascino perdere le chiacchiere e vadano…

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DIGITALE

Ciaran Quilty: «Le Pmi? Lascino perdere le chiacchiere e vadano mobile»

«Serve un consiglio per vendere davvero online?». Prego. «Puntate tutto sul mobile». Ciaran Quilty, vicepresidente di Facebook per le Pmi, ha a che fare per lavoro con la «digitalizzazione delle imprese». Il concetto un po’ fumoso che si traduce, appunto, nell’usare la leva delle infrastrutture online per aumentare i ricavi (e magari gli utili) delle aziende di taglia piccola e media. Oggi sarà tra i relatori del Forum dell’economia digitale di Milano e non sembra avere dubbi sull’unico consiglio strategico per le aziende italiane che tentano di espandersi.

«È impressionante quello che puoi fare potenziando la tua presenza sugli smartphone -dice - Puoi far crescere il tuo business perché lo rende globale». Il ragionamento di Quilty è abbastanza lineare, almeno a parole. «Andare mobile» significa aggredire l’enorme bacino del marketing digitale e delle vendite elettroniche, tenendo d’occhio il canale di cellulari e tablet. Vista così, è difficile dargli torto. Statista, un portale di ricerca, proietta gli utenti di smartphone verso un totale di 2,5 miliardi entro il 2018. La spesa in advertising mobile, le pubblicità diffuse su dispositivi come smartphone e tablet, potrebbe lievitare a quasi 250 miliardi di dollari entro il 2020. Oltre ai numeri clamorosi su scala globale, però, c’è la realtà meno avveneristica di aziende che fanno ancora fatica ad andare online (altro che «mobile») con un sito funzionante. Il Desi 2018, l’indicatore della Commissione europea che monitora lo stato di attuazione dell’Agenda digitale , ha classificato l’Italia in un poco lusinghiero 25esimo posto sui 28 (presto 27) paesi della Ue. La “c olpa” non è solo dei ritardi digitali delle aziende, visto che gli indicatori sfavorevoli spaziano dalla connettività al totaledi specialisti Ict diffusi nell’intero mercato del lavoro. Ma il grado di integrazione tecnologica delle Pmi non gioca sicuramente a nostro favore, con un ulteriore salto indietro dal 19esimo al 20esimo posto. «Però questo non significa che un’azienda ’tradizionale’ sia condannata - dice Quilty . Pensiamo solo al caso delle cantine che vendono online o di imprese del tutto tradizionali che si sono riscoperte online».

Per “reinventarsi”, però, serve una materia a volte prima trascurata dal nostro tessuto economico: le risorse specializzate. Basta collegarsi a un qualsiasi portale di ricerca lavoro internazionale per imbattersi in un’onda ta di offerte per profili come data analyst e e-marketer (esperti di marketing online), senza tenere neppure in conto sviluppatori software e hardware. Figure ancora un po’ esoteriche da noi, dove la cultura digitale ha attechito più negli annunci che nei fatti. A proposito di fatti. Facebook vanta una buona quota di aziende che sfruttano la sua bacheca (e quella della sua propaggine per sole immagini, Instagram) come una vetrina per esporsi a un mercato virtuale di circa 2 miliardi di utenti. Eppure le ultime cronache ci spiegano che i loro, anzi, i nostri datisono finiti al centro di uno scandalo di grossa portata come il datagate. Vale la pena di fidarsi? «Siamo consapevoli della figura che abbiamo fatto - dice Quilty - Ma stiamo rinforzando i nostri sforzi per impedire casi simili. Il mercato mobile è comunque the place to stay, il posto dove stare». E le aziende italiane sono d’accordo? Alessio Rossi, presidente dei Giovani imprenditori Confindustria, conviene sopratutto sull’ultimo punto: «La sicurezza informatica non è un investimento sul futuro, è un investimento necessario sul presente - spiega - E dovrebbe essere così soprattutto per le aziende che si prefiggono di custodire i dati altrui». Tornando al mobile, Rossi pensa che «non ci siano dubbi sul fatto che la straa del mobile è quella più digitale. Poi è ovvioche bisogna colmare il gap e fare un cambio culturale». “Culturale” e non solo anagrafico, precisa poi. Almeno per il mobile, l’Italia non è ancora invecchiata troppo.

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