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Made in Italy: Riviera del Brenta cuore della produzione globale delle scarpe di lusso

Oltre sette secoli di tradizione artigianale. Anzi, manifatturiera ante litteram: risale al 1268 il primo documento di costituzione di una Confraternita di calzaturieri (“calegheri”). A Venezia, naturalmente, allora snodo di ogni commercio mondiale. Come testimonia la collezione permanente del Museo Correr, che ha stanze dedicate alle meraviglie appartenute, tra gli altri, alla principessa Sissi, tra le quali spiccano calzature che, a guardar bene, poco hanno da invidiare a quelle di lusso prodotte oggi. O meglio: il debito che gli stilisti e gli artigiani contemporanei hanno con la secolare tradizione dei “calegheri” è evidente e affascinante per chi studia la storia del costume e della moda.

Oggi il settore calzaturiero veneto è in realtà un “distretto diffuso” e interessa tutte le province tranne Belluno, che si è invece specializzata nell’occhialeria e dà all’Italia la leadership mondiale nel medio e alto di gamma. Per quanto riguarda le calzature, le radici sono nella zona della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, oggi punta di diamante della produzione veneta, con un export superiore al 90% e una specializzazione nelle scarpe da donna di lusso (solo il 5% dei 20 milioni di paia prodotti nel 2017 è da uomo).

I dati presentati ieri a Padova, in occasione dell’assemblea di ACRiB-Sezione calzature di Confindustria Venezia-Rovigo, confermano la centralità della Riviera del Brenta per la regione e per l’Italia. Il fatturato 2017 ha superato i 2 miliardi (2.080 milioni per la precisione), contribuendo complessivamente al 62,1% del fatturato del settore in Veneto e al 20,7% di quello nazionale della calzatura. Significativa la crescita, +3,9%, quasi cinque volte quella dell’intero settore, che ha chiuso lo scorso anno con un fatturato di 14,3 miliardi (+0,8% sul 2016).

Punto di forza del distretto del Brenta è l’avere al suo interno l’intera filiera della calzatura, come hanno sottolineato ieri Siro Badon, presidente di ACRiB, e Vincenzo Marinese, presidente di Confindustria Venezia-Rovigo. Alla fine del 2017 il distretto contava 551 imprese (+3,6% sul 2016), che rappresentano il 76,1% rispetto al totale Veneto delle aziende del settore e il 12,3% rispetto all’Italia. Gli addetti sono passati da 10.389 nel 2016 a 10.587 (+2%) nel 2017, secondo le stime fatte su dati di Assocalzaturifici, Inps, e Istat. Anche i volumi danno l’idea dell’importanza del distretto: nel Brenta si producono il 30,3% delle paia di scarpe realizzate in Veneto e il 10,7% di quelle realizzate in Italia.

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Al pari di quel che accade in altri distretti, come quelli della pelletteria in Toscana (si veda Il Sole 24 Ore del 3 luglio), il know how artigianale ma anche manifatturiero e la presenza di tutte le professionalità della complessa filiera calzaturiera, hanno attratto i gruppi del lusso stranieri. L’esempio principale è Lvmh, che detiene il primato mondiale nell’alto di gamma, con i suoi 42,6 miliardi di ricavi 2017 (+13 sul 2016) a fronte di un utile netto salito del 29% a 5,1 miliardi di euro. Tutte le calzature del marchio di punta del colosso francese, Louis Vuitton, che da solo vanta circa 10 miliardi di ricavi, sono fatte a Fiesso d’Artico, nel cuore del Brenta (si veda l’articolo in pagina).

Considerando il dato sull’export (92% per la precisione, simile a quello del distretto dell’occhialeria di Belluno) si capisce come l’evoluzione del distretto sia legata all’internazionalizzazione. Accanto ad aziende che hanno saputo creare un marchio, come René Caovilla nell’altissimo di gamma o Ballin nel lusso accessibile, la maggior parte delle Pmi del distretto è specializzata in fasi della lavorazione o magari nella produzione, ad esempio, di tacchi, e lavora per altre aziende o marchi del lusso italiani, francesi e americani.

Come per l’intera filiera del tessile-moda-abbigliamento, il ricambio generazionale può diventare un problema, che si affronta solo investendo in formazione, ha ricordato il presidente di Confindustria Venezia-Rovigo Vincenzo Marinese, citando il Politecnico Calzaturiero, «una struttura di formazione e trasferimento tecnologico eccezionale, resa possibile dall’unione e dalla coesione delle aziende del distretto». Un modo concreto di fare sistema al quale potrebbero e dovrebbero guardare tutti i distretti italiani, in particolare quando le Pmi sono in maggioranza: a differenza dei grandi gruppi, le piccole e medie imprese non possono organizzare scuole di formazione interna. Ma solo continuando a trasmettere il sapere artigianale avremo nuove generazioni di calegheri, orafi, sarti, pellettieri.

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