Economia

Bracci (ad Teddy): «Più servizi nei negozi per offrire…

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intervista

Bracci (ad Teddy): «Più servizi nei negozi per offrire un'esperienza da brand del lusso»

Per un gruppo abituato a crescite a doppia cifra, chiudere un anno con ricavi saliti “solo” del 3,2% avrebbe potuto essere difficile da accettare. Non per Teddy, azienda fondata a Rimini nel 1961 da Vittorio Taddei, imprenditore visionario (anche se lui preferisce definirsi sognatore), che immaginò con decenni di anticipo come sarebbe cambiata la distribuzione di abbigliamento di fascia media in Italia e all’estero. Non solo oggi Teddy è l’unico gruppo in grado di competere, almeno nel nostro Paese, con i colossi H&M e Inditex, ma continua a credere in un modello di business che abbia come primo obiettivo la creazione di occupazione, a scapito, se necessario, di qualche punto di marginalità. Amministratore delegato del gruppo Teddy è Alessandro Bracci, che di Taddei condivide visione strategica e ideali.

Avete superato da tempo il mezzo miliardo di fatturato. Qual è l’obiettivo di medio termine?

Il 2017 si è chiuso a 642 milioni e veniamo da un decennio di autentica corsa: il tasso annuo medio di crescita (Cagr) dal 1988 al 29017 è stato del 16,3%. In tutta sincerità, non ci aspettavamo di rallentare, ma vediamo il lato positivo della cosa: siamo stati spinti a riflettere e a chiederci cosa sia successo, all’esterno dell’azienda e all’interno.

Cosa avete concluso?

Partiamo da un dato: il consumo di abbigliamento in Italia è da almeno 30 anni superiore, in rapporto alla popolazione, rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Forse questo gap sta iniziano a colmarsi, perché i consumatori delle generazioni più giovani, non solo i Millennials, preferiscono spendere anche in esperienze diverse, di benessere e legate ai piaceri del cibo. Poi c’è la rivoluzione digitale, che ha spinto una parte di clienti sul web, dove c’è più scelta e cresce l’infedeltà, oltre alla caccia quasi ossessiva allo sconto. C’è infine maggiore consapevolezza dell’impatto che i consumi hanno sull’ambiente e sulle persone che lavorano nel sistema moda.

Il ragionamento vale solo per l’Italia?

Direi proprio di no: siamo presenti in 42 Paesi e i ricavi netti esteri del gruppo sono il 52,2% del totale. Notiamo questi cambiamenti nella maggior parte dei mercati, fatta eccezione forse per la Russia, dove c’è ancora molta voglia di spendere in abbigliamento e lo stile italiano ha sempre successo.

Fatte le dovute analisi siete passati alla pratica?

Abbiamo lavorato in primis sulle collezioni dei tre brand, individuando le categorie dove poteva esservi margine di crescita. Terranova ha introdotto una collezione baby, Calliope le linee junior e di intimo femminile, che mancavano. Per Rinascimento, il brand con il posizionamento più alto, abbiamo creato un nuovo format di vendita, più che di negozi. È aumentato il personale, investiamo di più in formazione e stiamo potenziando i servizi post vendita, la consulenza in negozio, i programmi di fidelizzazione.

Un po’ come fanno i brand
del lusso?

In un certo senso sì: crediamo sia finita l’epoca del “fai-da-te” nei punti vendita di catene di fast fashion. Per dare servizi migliori a chi sceglie ancora l’universo fisico e solo in seconda battuta il web, occorre investire sulle persone. Teddy in questo è avvantaggiato, perché mettere al centro le donne e uomini che lavorano per noi è la nostra filosofia da sempre. Lo stesso vale per i clienti. Non vogliamo solo vendere prodotti e aumentare fatturati e utili, ma dare un contributo positivo al mondo in cui operiamo.

Quanti sono i negozi nel mondo?

Nel 2017 abbiamo aperto 98 punti vendita a insegna Terranova e Callipe e 11 per Rinascimento. Alla fine dell’anno il totale era di quasi 700. Proseguiremo agli stessi ritmi nel 2018, sempre grazie alla formula del franchising, che si applica all’84% dei negozi del gruppo Teddy. Ma il dato di cui siamo più orgogliosi è la crescita dei dipendenti, saliti del 12,3% a 2.871. In azienda abbiamo inserito tantissimi giovani esperti di marketing e comunicazione digitale. Ci aiutano a capire il presente e a guardare al futuro senza troppe paure “preventive” o legate alle esperienze di vita e di lavoro che ci legano al passato. Siamo fiduciosi anche perché siamo un gruppo sano: l’ebitda 2017 è stato di 83,3 milioni, pari al 13% dei ricavi, e la posizione finanziaria al 31 dicembre 2017 era di 65,4 milioni, 11,4 in più rispetto all’esercizio precedente.

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