Economia

Perché la bilancia commerciale mondiale è in crescente surplus?

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PARADOSSI DEL GLOBAL TRADE

Perché la bilancia commerciale mondiale è in crescente surplus?

Forse c'è qualcuno che sta commerciando in gran segreto con gli alieni, magari vendendo loro le borsette di Louis Vuitton, come ironizzava qualche tempo fa L'Economist. Sì perché quello della bilancia commerciale mondiale resta il re dei paradossi della contabilità economica internazionale. Guardate il grafico qui sotto, che misura l'andamento dal 1980 a oggi della bilancia commerciale globale: fino al 2004 il pianeta Terra era in deficit, poi è passato in surplus (e che surplus: secondo le stime del Fondo monetario internazionale si tratta di 370 miliardi di dollari, il doppio di quello cinese, lo 0,5% del Pil mondiale).

LA BILANCIA COMMERCIALE DEL PIANETA TERRA
In percentuale del Pil mondiale. (Fonte: Fondo monetario internazionale)

È un fenomeno che sfida le leggi della logica: in teoria la bilancia commerciale del pianeta Terra dovrebbe essere un gioco a somma zero, perché l'esportazione di un Paese rappresenta l'importazione di un altro Paese. A meno, appunto, che non si stia commerciando con altri pianeti alieni. In realtà una spiegazione c'è, molto più logica e banale: si chiama errore statistico. Un errore statistico globale da 370 miliardi di dollari, quindi colossale, ma molto difficile da correggere perché ci troviamo nell'era della globalizzazione. Quindi della catena internazionale del valore ma anche delle multinazionali, e pure delle imprese che per eludere legalmente gli obblighi fiscali costruiscono una catena di Sant'Antonio di scatole societarie in tre o quattro continenti. E anche di Paesi emergenti sempre più importanti sotto il profilo del “global trade”, ma non altrettanto affidabili nell'ormai molto complessa arte della contabilità della propria bilancia commerciale.

Ma facciamo un passo indietro: perché negli anni Ottanta e Novanta la bilancia commerciale globale risultava in deficit? No, le importazioni da altri pianeti alieni non c'entrano: come hanno provati alcuni studi del Fmi, la causa risiedeva soprattutto nella sottovalutazione degli investimenti esteri e dell'import di merci e servizi da parte dei Paesi ricchi.

Nell'ultimo quindicennio la musica è cambiata all'improvviso, con i “deficit” sugli investimenti diminuiti bruscamente grazie alla fine pressoché generalizzata del segreto bancario e al crollo dei tassi d'interesse. Ma sul paradosso della bilancia commerciale globale pesano anche altri fattori.
Innanzitutto una globalizzazione che ha costruito catene internazionale del valore di enorme complessità: ormai miliardi di componenti, parti preassemblate e prodotti finiti vagano tra holding, società controllate e subfornitori in diversi Paesi (anche lontanissimi). Siamo per esempio così sicuri che venga calcolata alla perfezione la “catena del valore” dell'iPhone comprato in Italia, ma fabbricato in Cina per un'azienda statunitense con componenti giapponesi e taiwanesi e un processo di fabbricazione distribuito su oltre 30 società diverse di vari Paesi?

A tutto questo possono aggiungersi disallineamenti e ritardi nella contabilità: se per esempio la Cina conteggia la tale esportazione negli Stati Uniti nel dicembre 2017, ma gli Usa la registrano nel gennaio 2018, ecco che il singolo scambio commerciale diventa “strabico” spalmandosi in due anni diversi. Oppure pensiamo al fatto che servizi statistici di Paesi emergenti come l'India si siano distinti per pasticci e revisioni persino nella misurazione del Pil, figuriamoci in quella della bilancia commerciale.

Il risultato è che il pianeta Terra è in surplus pur senza commerciare con Marte. La morale? Ne scegliamo una che sdrammatizza il problema, quella di Joshua Feinman, capoeconomista di DWS (ex Deutsche Asset Management): anche se tutte le singole tessere dell'ormai complicatissimo mosaico della catena internazionale del valore venissero conteggiate in maniera accurata, la misurazione della bilancia commerciale bilaterale sarebbe comunque insensata. «Quasi tutti noi siamo in deficit col nostro droghiere perché gli comperiamo un sacco di roba senza vendergli nulla in cambio - ironizzava Feinman - e in surplus con nostro datore di lavoro, a cui vendiamo lavoro senza acquistargli prodotti o servizi». Senza contare le borsette Louis Vuitton vendute agli alieni.

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