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Le imprese: «Positiva l’eliminazione anche delle barriere non…

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accordo ue-giappone - le reazioni dell’industria

Le imprese: «Positiva l’eliminazione anche delle barriere non tariffarie»

«In un periodo in cui prevalgono le spinte protezionistiche, è in controdendenza la sigla di un accordo che elimina delle barriere al libero commercio, tariffarie e non». Gianmarco Giorda, direttore di Anfia (Associazione nazionale filiera industrie automobilistiche) così commenta l’intesa raggiunta tra Giappone e Unione Europea. Il settore dell’auto è tra i più interessati a una maggiore apertura del mercato giapponese, visto che è il secondo comparto manifatturiero italiano per valore di beni esportati verso il Sol Levante. Nel 2017 (dati Anfia) l’Italia ha venduto al Giappone circa 10.500 autovetture, per 566 milioni di euro, mentre ne ha importate circa 34mila, per 471 milioni. Per quanto riguarda la componentistica, le importazioni hanno raggiunto i 251 milioni di euro di valore, contro i 313 milioni di euro di prodotti esportati.

In questo caso i dazi economici eliminati sono quelli che la Ue prevedeva per le vetture e i componenti delle aziende giapponesi (rispettivamente al 10% e al 3%), in cambio dell’eliminazione di barriere non tariffarie sul fronte opposto. «Abbiamo ottenuto l’impegno del Giappone a eliminare le barriere come le norme per l’omologazione dei veicoli – spiega Giorda –. Positive anche le clausole di salvaguardia concordate, per cui l’Unione europea potrebbe reintrodurre le tariffe qualora il Giappone dovesse venir meno a questo impegno».

Un settore che vedrà cadere anche dazi economici è invece quello del tessile-moda, primo comparto del made in Italy per valore di beni esportati in Giappone, con 973 milioni di euro di beni venduti lo scorso anno (dati Smi). I dazi precedentemente applicati sui prodotti italiani andavano dal 2-6% dei filati al 5-8% dei tessuti, fino al 9-12% circa del’abbigliamento. «Il Giappone è uno dei Paesi più importanti per i nostri brand, perché è un mercato evoluto ad alto valore aggiunto – commenta il presidente di Smi (Sistema Moda Italia), Marino Vago –. Un aspetto importante dell’intesa è che vengono meno ostacoli come certificazioni e test sulle merci, in nome di una semplificazione delle relazioni che per un’industria come la nostra è importante: le nostre sono aziende piccole e medie, che soffrono molto questo genere di vincoli. Sono vere e proprie barriere al commercio».

Per il settore agro-alimentare l’accordo comporterà la soppressione di dazi elevati su molti formaggi e su prodotti agricoli trasformati. Vengono inoltre riconosciuti e tutelati sul mercato giapponese oltre 200 prodotti con specifica origine geografica europea: tra questi, il Parmigiano Reggiano, l’Asiago, l’aceto balsamico di Modena e il prosecco. «Un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno da migliorare in corso d’opera, che apre comunque un mercato strategico – osserva il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia –. Quello che mi interessa è però misurare con numeri e fatti le conseguenze degli accordi che si chiudono, pretendendo che si intervenga sui punti critici per le aziende italiane». Nell’accordo Ue-Giappone, i risultati positivi sono arrivati secondo Scordamaglia «per alcuni dei nostri prodotti esportati, meno per altri, per i quali la difesa della denominazione di origine portata a casa nella versione iniziale è stata inadeguata. La nostra reazione dovrebbe comunque aver portato dei miglioramenti in corso d’opera, tra cui la tutela anche del termine generico “Grana”, inizialmente non protetto. Ora analoghi risultati dovranno essere ottenuti per le altre nostre specialità e per quello sarà indispensabile non smettere di intervenire. Questo deve essere l’approccio da seguire, senza alcuna contrapposizione ideologica».

Soddisfatto, soprattutto per il risvolto politico dell’accordo, il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: «Il nostro è il quinto settore italiano per export verso il Giappone su 108 settori, con un valore di preparati farmaceutici di base intorno ai 440 milioni di euro». Il settore non subiva dazi, ma le aziende italiane saranno comunque favorite dal libero scambio. «Per noi il punto fondamentale è che i farmaci non sono beni di largo consumo né commodity – osserva Scaccabarozzi –. Al di là di eventuali danni economici, per noi si tratta di difendere un principio di fondo, il diritto alla salute dei cittadini di ogni Paese».

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