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Da Ferrero a Lamborghini, tutte le aziende che danno premi monetari ai…

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contratti aziendali

Da Ferrero a Lamborghini, tutte le aziende che danno premi monetari ai dipendenti

«La fortuna è che il mio paese è piccolo: pagare da bere a tutti diversamente sarebbe un guaio». Matteo sorride, gestire le richieste di amici e conoscenti in fondo è un problema secondario quando puoi contare su un paio di mensilità in più. Il tecnico Baxi, insieme a 700 colleghi, è tra i beneficiari del premio di risultato erogato dall’azienda. E trattandosi di 4.500 euro è inevitabile che nei dintorni di Bassano del Grappa la voce si diffonda.

Se per il gruppo veneto di caldaie si tratta ormai d i una tradizione consolidata (l’integrativo, più volte aggiornato, risale al 2004), la sensazione è che la pratica in Italia si vada progressivamente diffondendo, come testimoniano le ultime statistiche del ministero del Lavoro.

Il deposito dei contratti aziendali e territoriali che prevedono premi di produttività ha arricchito nel tempo il database fino a raccogliere quasi 34mila casi, che coinvolgono poco meno di dieci milioni di lavoratori.

Tenendo però conto dei contratti aziendali attivi, quelli in vigore, i lavoratori coinvolti sono 2,85 milioni, ciascuno dei quali in media ottiene un premio di risultato annuo di 1.478 euro: erogazione globale da parte delle aziende che supera così i 4 miliardi.

LA GEOGRAFIA DEI PREMI DI PRODUTTIVITÀ

Gli accordi attivi

Anche se le Pmi non sono affatto assenti, è evidente il maggior ricorso allo strumento da parte dei “big”: se in Italia le aziende manifatturiere con oltre 50 addetti sono appena il 3% del totale, nella banca dati del ministero questo segmento produce il 50% dei dossier. E del resto la taglia media dei contratti registrati è nell’ordine dei 300 addetti. Anche in termini geografici gli squilibri sono evidenti, correlati alla diversa articolazione della struttura imprenditoriale. Dei 9817 contratti aziendali attivi quasi 3mila sono lombardi; seguono quasi appaiate con poco più di mille contratti Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte: queste quattro regioni valgono i due terzi del totale.

La detassazione dei premi di produttività (3mila euro erogabili in presenza di contratto collettivo aziendale applicando un’aliquota fiscale del 10%) ha certamente giocato un ruolo nella diffusione di queste pratiche, anche se questo non è stato certamente l’unico punto di discontinuità rispetto al passato. Se infatti qualsiasi redistribuzione è possibile solo in presenza di una “torta” da suddividere, oggi le condizioni sono decisamente favorevoli. Al termine di un anno brillante, i ricavi aggregati della manifattura hanno superato a fine 2017 gli 870 miliardi di euro, esattamente 100 in più rispetto all’abisso del 2009, 70 oltre la soglia toccata nel 2014. Incassi aggiuntivi affiancatisi a margini più solidi, con una redditività media per il sistema manifatturiero (Prometeia) saldamente oltre il 9%: dal 2013 ad oggi la quota di aziende con bilanci in utile si è progressivamente allargata (Banca d’Italia) ed è ora pari al 75%.

«Nelle fasi di ciclo espansivo - spiega il direttore dell'area Lavoro e Welfare di Confindustria Pierangelo Albini - è naturale vedere la dilatazione di questo fenomeno, che in Italia evidenzia ancora troppe disparità geografiche, settoriali e per classi dimensionali di impresa. In generale i Ccnl dovrebbero fare di più per favorire il decentramento della contrattazione alleggerendo il peso del livello nazionale: la scarsa produttività è il tema storico del Paese e idealmente sarebbe bene che ovunque una quota importante della retribuzione fosse legata ai risultati». Ovunque certamente ancora no, ma in numerosi casi gli importi iniziano ad essere significativi.

Nelle stime Cisl, che da anni monitora il tema attraverso l’osservatorio Ocsel sulla contrattazione aziendale, l’importo medio dei contratti analizzati è pari a 1588 euro, con un quarto degli accordi a prevedere cifre superiori ai 2mila euro. «Siamo nell’ordine del 7-8% della retribuzione globale - spiega il coordinatore dell’Osservatorio Roberto Benaglia - e si può dire che il tema sia entrato con forza al centro delle relazioni industriali nelle aziende: non si tratta più di una scelta timida e isolata».

I dati Cisl evidenziano una netta preferenza dei premi di risultato rispetto a quelli legati alla mera presenza in azienda (18%), mentre nel 59% dei casi è prevista una differenziazione per fasce e professionalità. Tra i 1.078 accordi analizzati oltre uno su due (578) contempla premi di risultato, con una prevalenza di imprese oltre i 50 addetti. Le aziende “bonsai” (1-19 addetti) in questa arena restano una rarità e sono appena 41. «Certamente poche - aggiunge Benaglia- che però dimostrano che anche tra queste realtà, volendo, questi schemi si possono adottare».

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