Economia

Ilva ritorna in mezzo al guado. Senza soluzione rapida 14mila addetti…

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dopo i rilievi anac e le critiche di di maio sulla gara

Ilva ritorna in mezzo al guado. Senza soluzione rapida 14mila addetti diretti a rischio

Sembra di essere tornati all’estate di sei anni fa. Ai giorni del sequestro degli impianti di Taranto da parte del gip Patrizia Todisco con l’accusa, grave, di essere fonte di malattia e morte.

Se lo ricordano ancora a Taranto quel rovente pomeriggio del 26 luglio 2012: i Carabinieri che arrivano all’Ilva, i primi arresti (ai domiciliari) che scattano, tra cui quelli del big, Emilio Riva, e di suo figlio, Nicola, gli operai che lasciano la fabbrica e si dirigono in corteo verso la città.

Sei anni dopo non c’è la stessa tensione, non ci sono manifestazioni, ma il clima che si respira nella città dove l’Ilva ha il suo più grande stabilimento - che è anche il più grande del settore in Europa - e la più alta concentrazione di occupati - quasi 11mila diretti su un totale di circa 14mila nell’impianto, compresi i dipendenti in cassa integrazione. Con l’indotto gli addetti salgono a 20mila - è lo stesso.

Città e territorio si chiedono: «Ora che succede»?
Incertezza, preoccupazione, scarsa visibilità di futuro. «E ora che succede?», si chiedono gli operai. «Ora che succede?», si chiedono i sindacalisti e gli imprenditori che col siderurgico lavorano. Già, bella domanda. Così come sei anni fa non si sapeva se quel provvedimento giudiziario avrebbe effettivamente spento altiforni e acciaierie trattandosi di sequestro senza facoltà d’uso - stop che nella realtà non avvenne -, così adesso non è chiaro se quanto scritto dall’Anac al ministro Di Maio sulla gara per l’aggiudicazione dell’Ilva (riscontrate criticità) e il giudizio che lo stesso Di Maio ha dato della gara («un pasticcio»), faranno saltare il banco.

GUARDA IL VIDEO / L’intervento del ministro Di Maio alla Camera

Nel senso che si cancellerà tutto, o quasi, riaprendo la partita del gruppo dell’acciaio. Questo 13 mesi dopo la sua aggiudicazione alla società Am Investco, cordata che vede Arcelor Mittal in posizione di leader e una quota di minoranza di Marcegaglia (che peraltro dismetterà per uniformarsi al via libera dell’Antitrust europeo).

La sfiducia dei sindacati al “piano Calenda”
Vicenda singolare quella dell’Ilva, commentano a Taranto. Nasce sempre un inghippo quando si intravede una conclusione. Gli esempi? Lo scorso 10 maggio, ministro Carlo Calenda, sembrava possibile un’intesa su una proposta finale di mediazione che teneva insieme tutti gli aspetti: bonifica ambientale, occupazione, ricadute locali, indotto. E invece buona parte del sindacato - Uilm, Fiom Cgil, Usb - sfiduciò Calenda e il rush finale saltò. C’è chi si mosse spinto dagli esiti del voto di marzo, con la vittoria dei Cinque Stelle, e chi ritenne l’offerta di Calenda ancora troppo lontana dalle richieste e dalle aspettative. Non se ne fece niente. A fine maggio sindacati e Mittal ripresero a trattare da soli, ci fu qualche passo avanti, ma l’avvento del nuovo Governo ebbe il sopravvento tra gli “attori” del tavolo: meglio aspettare i nuovi ministri.

Le perplessità di Di Maio sul piano di Arcelor Mittal
Il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha giudicato il piano ambientale e quello occupazionale di Mittal inferiore alle aspettative del Governo giallo-verde, invitando quindi l’investitore a fare uno sforzo ulteriore. Il big mondiale dell’acciaio e i commissari Ilva Gnudi, Carrubba e Laghi si erano messi al lavoro. Stavano predisponendo delle modifiche ai due piani, soprattutto a quello ambientale, più sentito per gli evidenti riflessi in termini di salute pubblica, Mittal mostrava spirito collaborativo. Ma a gettare nuova sabbia negli ingranaggi è la lettera di Emiliano a Di Maio («vedi, indaga, quella gara presenta zone d’ombra»), con la successiva decisione repentina del ministro di girare tutto all’Anac e ora la risposta dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone, aprono ben altro scenario.

Timori e perplessità da industrie e sindacati
«Basta rinvii, basta incertezze, che si decida una volta per tutte che si vuole fare dell’Ilva» dichiara Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto. «La fabbrica in queste ore è disorientata - aggiunge Valerio D’Alò, segretario Fim Cisl Taranto -. C’è chi teme una nuova, lunga stagione di indeterminatezza e chi cavalca l’onda e dice: Calenda ha sbagliato, Di Maio se ne è accorto, adesso facciamo fare a loro. Solo che l’Ilva non è più nelle condizioni di attendere molto».
«Continuiamo a considerare la trattativa l’unica possibilità di soluzione per le sorti di Taranto, della sua economia e della sussistenza di circa 15mila famiglie, ad oggi vittime di un disegno oscuro che sembra andare verso la desertificazione industriale a favore di chissà quali interessi» chiede Paolo Peluso, segretario Cgil Taranto. E Antonio Talò, segretario Uilm Taranto, aggiunge: «Qualunque decisione, anche la più dolorosa, è meglio del vuoto. Se ci sono dei responsabili che devono pagare, lo si faccia, ma toglieteci dal guado in cui siamo confinati».

Una nuova corsa contro il tempo per produzione e investimenti
I tempi brevi, tra l’altro, sono imposti anche dal fatto che a fine giugno Di Maio ha deciso di prorogare i commissari sino al 15 settembre. Dopo sarebbe dovuto subentrare Mittal, che in verità era pronto ad entrare in fabbrica già ai primi di luglio, ma se questo non accade, chi manterrà in piedi l’Ilva? Si andrà ancora avanti perdendo 30 milioni al mese? Eppoi, chi pagherà gli stipendi e i fornitori? Sino al 15 settembre, infatti, i commissari hanno assicurato al ministro di avere le risorse per tirare avanti senza chiedere aiuto allo Stato (da vedere come però, osserva parte del sindacato), ma tra un mese e mezzo batteranno cassa? E l’Unione Europea che tiene l’Ilva “vigilata speciale” che farà? E che ne sarà degli investimenti ambientali, che avevano un loro ruolino di marcia e che solo i denari di un nuovo investitore può realizzare?
Interrogativi non secondari per una città che ruota ancora attorno all’acciaio, dagli stipendi erogati dal colosso siderurgico al traffico portuale, e dove le alternative economiche (portualità, turismo, economia del mare) non sono ancora mature e adeguate per reggere i contraccolpi di una chiusura. Certo, Ilva é anche impatto pesante sulla salute di migliaia di cittadini, è anche polvere che si solleva nelle giornate di vento e che invade case e strade del rione Tamburi, è anche un’area estesissima da mettere a norma e in sicurezza, ma prorogare la stasi non aiuta nè il lavoro, né l’ambiente. Quelle due priorità che tutti dicono di voler difendere.

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