Economia

Caporalato, 5 domande senza risposta (che potrebbero salvare vite)

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oltre le stragi di foggia

Caporalato, 5 domande senza risposta (che potrebbero salvare vite)

È accaduto ieri, accade oggi e in tutta probabilità accadrà pure domani. Estate, eterno ritorno del caporalato sui campi d’Italia, che si tratti di raccogliere pomodoro, uva o altre specialità delle nostre terre. Gli ultimi episodi verificatisi nel Foggiano stanno lì a ricordarcelo: 16 braccianti extracomunitari morti in due diversi incidenti stradali, mentre venivano trasportati a lavoro. Il tutto nonostante esista la Legge 199/2016 a contrasto del fenomeno. Perché? Non siamo qui per rispondere a questo interrogativo, ma per porre altre domande. Cinque domande senza risposta che forse potrebbero salvare delle vite.

1) Quanti controlli stradali sono stati effettuati sui pulmini che trasportano braccianti sui campi?
La campagna del pomodoro è partita a metà luglio e numerosi pulmini trasportano manodopera, in prevalenza migranti, sui campi di lavoro con le stesse modalità dei mezzi coinvolti nei due incidenti del Foggiano, a dispetto delle regole del codice stradale prima di tutto il resto. Quanti di questi sono stati fermati e ispezionati dalle forze di polizia? Dalla costatazione di un’infrazione al codice della strada alla scoperta di casi di sfruttamento di manodopera sui campi il passo protrebbe essere molto breve. E allora, per quanto curioso possa sembrare, un po’ di sana prevenzione al fenomeno del caporalato potrebbe partire proprio dall’applicazione delle norme che regolano la circolazione sulle strade.

2) Perché non esistono incentivi per le aziende che assumono attraverso la Rete del lavoro agricolo di qualità?
La Legge 199/2016 istituisce la Rete del lavoro agricolo di qualità «al fine di selezionare imprese agricole e altri soggetti indicati dalla normativa vigente che, su presentazione di apposita istanza, si distinguono per il rispetto delle norme in materia di lavoro, legislazione sociale, imposte sui redditi e sul valore aggiunto». Finora solo 3.600 aziende, su una platea potenziale di 200mila soggetti, si sono iscritte. Perché nessuno ha mai pensato a incentivi per incoraggiare gli imprenditore ad aderire?

3) Perché non decollano le partnership pubblico-private per il trasporto dei braccianti sui campi?
L’articolo 6 della Legge anti caporalato prevede l’istituzione di sezioni territoriali della rete con il compito di promuovere «modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo» e iniziative per realizzare «forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori fino al luogo di lavoro, anche mediante la stipula di convenzioni con gli enti locali». Perché, tolta qualche sperimentazione tra Foggia e Reggio Calabria, le sezioni territoriali non sono mai decollate?

4) Quanto è disposto a pagare il consumatore per il pomodoro «libero dal caporalato»?
Il pomodoro, come molti altri prodotti agricoli, è visto dal pubblico essenzialmente come una commodity. L’applicazione diffusa di norme più stringenti per un lavoro agricolo di qualità porterebbe inevitabilmente a un rincaro dei prezzi del prodotto finale. Quanto è disposto a pagare il consumatore per avere finalmente il pomodoro «caporalato free»?

5) Perché non mettere un marchio sui prodotti della filiera etica?
Questione strettamente connessa alla precedente. La politica dei marchi ha portato i propri frutti, in Italia come nel resto del mondo: ci sono confezioni che certificano l’origine del prodotto, la provenzienza da agricoltura biologica o l’assenza di olio di palma. Il pubblico le conosce, le cerca in scaffale e spesso e volentieri le sceglie. Il passo successivo potrebbe essere un marchio in confezione che certifichi la provenienza da filiera etica. La Coop in tempi non sospetti si è mossa in questo senso con la campagna «Buoni e Giusti». Forse si potrebbe partire proprio da qui. A patto di avere il problema ben presente, davanti a i propri occhi, per tutto il corso dell’anno. E non soltanto d’estate, solo dopo l’ennesimo fatto di cronaca.

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