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Pomodori, una raccoglitrice meccanica per sradicare la vergogna del…

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l’analisi

Pomodori, una raccoglitrice meccanica per sradicare la vergogna del caporalato

Ci risiamo. All’indomani dell’ennesimo episodio di cronaca luttuosa - i sedici braccianti extracomunitari morti in due giorni sulle strade del Foggiano - si è rimessa in movimento la macchina verbosa della “condanna”, del “faremo”, del “vigileremo”, dello “stroncheremo”, del “mai più”, delle “marce di solidarietà”, delle “fiaccolate”. Tutto già visto e ascoltato.

Sono trascorsi ormai due anni dal caso della cittadina extracomunitaria deceduta sotto i tendoni roventi di un vigneto mentre ripuliva grappoli di uva da tavola. È stata fatta una legge scritta di concerto dai ministri Martina e Poletti, per affrontare con più efficacia il fenomeno del caporalato diffuso in quasi tutte le aree agricole del Sud. Si era addirittura parlato della creazione di un bollino di eticità per contraddistinguere il prodotto raccolto da mani con regolare contratto di lavoro da quello invece raccolto in nero. Eppure il caporalato - puntuale come l’estate - vegeta e specula sulla vita a ogni campagna di raccolta.

Ma c’è un altro aspetto che sconvolge in una vicenda nazionale già sconvolgente di per sè, per un Paese che si dice moderno e si vanta di essere nei consessi internazionali. In Capitana, nel Salento, come nelle campagne della Calabria o della Campania o della Sicilia tutti sanno tutto. Da sempre. Le associazioni di categoria conoscono per nome e cognome gli associati che fanno ricorso al lavoro nero. Non risultano aziende espulse per questo motivo. La magistratura conosce per nome e cognome i capibastone e i caporali, più volte fermati, schedati eppure ancora in attività. Personaggi che ogni giorno girano spavaldi per i paesi e si fermano nei bar come avventori qualsiasi. Eppure tutti sanno cosa fanno.

Le istituzioni locali sanno dove sorgono - sui loro territori - intere cittadelle abitate dagli extracomunitari. Cittadelle-baraccopoli divise per etnia, dove le condizioni igieniche e sanitarie sono indegne. Le istituzioni (Regioni, Comuni, Asl, Prefetture, ecc.) sanno e tollerano. Come se fosse normalità chiudere entrambi gli occhi e fare finta che non esistano villaggi con migliaia di persone che vivono come schiavi. La Pubblica sicurezza monitora strade e viottoli di campagna, ma spesso lo fa in orari in cui i pulmini dei caporali sono già passati da un pezzo. Conosciuti sono i luoghi e gli orari di appuntamento per il reclutamento delle braccia. Eppure tutto avviene come se nulla fosse. Così come le verifiche dell’Ispettorato del lavoro. Il ministro Di Maio ha annunciato di voler promuovere da subito un nuovo concorso per aumentare il numero degli ispettori. Però bisognerebbe attivarli anche e soprattutto fuori dagli orari di ufficio. Anche i sindacati vedono, sanno, conoscono. E organizzano scioperi e marce. Ma ha un senso chiamare allo sciopero chi lavora in nero?

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È vero, le leggi contro il lavoro nero e il caporalato ci sono ma bisogna applicarle con perseveranza, sapendo che questi personaggi se ne fanno ben poco di un foglio di via o del sequestro del furgone. Esiste un’altra possibilità, magari non risolutiva, ma molto efficace: nei contratti di coltivazione e conferimento del pomodoro - contratti sottoscritti ogni anno da agricoltori, sindacati e industriali conservieri - rendere obbligatoria la raccolta meccanica. Un sistema già ampiamente utilizzato nei distretti del pomodoro al Nord. La macchina come alternativa al lavoro nero. La macchina come strumento per smantellare una vergogna nazionale.

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