Economia

Pachino, l’incertezza sul prezzo finale per il pomodorino Igp

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Agricoltura

Pachino, l’incertezza sul prezzo finale per il pomodorino Igp

Puntare sulla qualità e sull’accordo trasparente con la Grande distribuzione organizzata può garantire la sostenibilità dell’intera filiera.  Con uno schermo che mette al riparo da lavoro sottopagato e sfruttamento. Ma anche mettersi insieme, fare rete e comprendere che il mercato è cambiato e servono nuovi paradigmi imprenditoriali. È questa la lezione che arriva dall’area di produzione del pomodoro di Pachino, un prodotto di eccellenza insieme ad altri come i datterini e i piccadilly.

Coltivazioni in serra che si estendono tra i Comuni di Pachino, Portopalo, Ispica e in una parte del territorio di Noto: un totale di 600 aziende di cui 100 piccole, 26 magazzini per la trasformazione (pulitura, selezione, impacchettamento) con un giro d’affari di 60 milioni di euro solo con la Gdo e, secondo stime prudenziali, circa duemila addetti nei momenti migliori. Il giro d’affari del solo pomodoro di Pachino a marchio Igp è «di 5,6 milioni di euro - ha detto Mauro Rosati, direttore generale della fondazione Qualivita, intervenendo alla presentazione della X Festa del pomodoro di Pachino che si svolgerà dall'11 al 13 agosto a Portopalo di Capo Passero (Siracusa) -. Il cosiddetto oro rosso nell’ultimo quinquennio vede la produzione cresciuta del 142%». ma il dato citato da Rosati appare superato dai fatti: nel 2018 grazie alla commercializzazione di nuovi prodotti secondo alcune stime vi sarà un incremento del 20% e secondo altre il giro d’affari potrebbe arrivare a 18 milioni.

Numeri che potranno cambiare al termine del lavoro di ricerca che è stato avviato dal Consorzio di tutela Igp del pomodoro di Pachino che associa in questo momento 108 delle 130 aziende che producono pomodoro a marchio Igp. Base associativa destinata a crescere grazie all’iniziativa lanciata dal Consorzio, presieduto da Salvatore Lentinello, di azzerare la quota di iscrizione per i produttori, e di prevedere agevolazioni anche per i confezionatori con l’abbattimento del 75% della quota di iscrizione. «Vogliamo che l’agricoltore possa riconoscere il Consorzio di tutela pomodoro di Pachino Igp, come la sua seconda casa - dice Lentinello - . È fondamentale per un produttore che lavora in territorio a marchio, poter usufruire del valore aggiunto del Consorzio. Bisogna rendersi conto che - continua Lentinello, in un mercato globalizzato con prodotti provenienti da molte altre nazioni, è una grossa opportunità poter garantire che il pomodoro sia ottenuto nella nostra zona nel rispetto del nostro disciplinare. Non dobbiamo fare l’errore di preferire la lavorazione del prodotto convenzionale a quelle del pomodoro a Indicazione geografica protetta. Il marchio Igp appartiene al territorio e quindi è di proprietà di tutti i nostri agricoltori. Consorziarsi vuol dire partecipare attivamente alla scelta delle strategie da attuare in termini di tutela e promozione e quindi incidere sulle politiche di valorizzazione del territorio».

Archiviato il presunto scandalo del pomodoro di Pachino proveniente dal Camerun (la notizia data in pompa magna si è poi rivelata una bufala) gli agricoltori di quest’area della Sicilia tra le province di Siracusa e Ragusa sono costretti quotidianamente a confrontarsi con i costi di produzione e il prezzo di vendita. E si arriva a situazioni a volte paradossali con differenze enormi tra chi riesce a vendere alla Grande distribuzione organizzata e chi invece sceglie la strada dei mercati con il sistema delle aste, dei mercuriali, di un prezzo finale che viene stabilito tra mille incertezze sulla base di regole, usi e costumi non sempre trasparenti. E c’è una grande distinzione da fare tra chi vende prodotto a marchio Igp o fa parte del Consorzio e chi invece si trova fuori da questo perimetro. «Quale che sia la condizione - dice Lentinello - mi sentirei di escludere da queste parti qualsiasi forma di quello che viene definito caporalato. Le difficoltà ci sono e sono enormi ma dalle nostre parti questo fenomeno direi che non c’è».

È Lentinello che ci guida in questo viaggio che ci aiuta a capire meglio i costi di produzione di un prodotto ormai conosciuto in tutto il mondo. «I calcoli possibili sono almeno due. C’è un calcolo dei costi che è uguale per tutte le tipologie di pomodoro e si fa sulla base delle coltivazioni per metro quadrato: considerando i costi per la struttura, le lavorazioni preparatorie, la copertura con polietilene, concimazione di base, pacciamatura, impianto di irrigazione, l’acquisto delle piantine, concimazione e trattamenti antiparassitari e la manodopera il cui costo cambia per tipologia, abbiamo un costo finale di 6,27 per metro quadrato per quanto riguarda ciliegino, datterino, costoluto e tondo liscio e un costo per metro quadrato di 5,28 per il grappolo. Sul fronte della resa al metro quadro per l'intera campagna agraria (da settembre a giugno) le cose stanno così sempre al metro quadrato: il ciliegino rende 10 chilogrammi, il datterino 9 chilogrammi, tondo liscio 11 chilogrammi, il costoluto 11 chilogrammi, il grappolo 12 chilogrammi al metro quadrato. L’altra analisi è quella che riguarda il costo per produrre un chilo di pomodoro: datterino 97 centesimi, ciliegino 87 centesimi, tondo liscio 79 centesimi, costoluto 79 centesimi, grappolo o ramato 63 centesimi».

È la vendita il percorso più complicato, anche da spiegare con differenze che riguardano i canali distributivi ma anche i produttori (a marchio Igp e non). «Intanto si può dire che bisogna distinguere tra la Grande distribuzione e gli altri mercati. La Grande distribuzione ci chiede di preparare, per esempio, vaschette di 300 grammi, per rispondere alla domanda dei clienti, ed è vero che questa preparazione (magari anche i 15 giorni di promozione del prodotto) incidono sui costi ma è pur vero che la Gdo fissa il prezzo e lavoriamo sulla base di un dato certo: sappiamo per ogni chilo di prodotto incasseremo una certa cifra. Per quanto riguarda gli altri mercati tutto è più incerto perché solo in una fase successiva l’agricoltore o l’imprenditore agricolo saprà quanto potrà incassare per ogni chilo di prodotto venduto. In questo caso la prassi è diversa. Si può sintetizzare così: conferisco il prodotto al commerciante, che lo vende e dopo averlo venduto mi rivela il prezzo. Troppa incertezza».

Insomma, dal punto di vista di Lentinello la Gdo dà sicuramente più garanzie. Ma intanto si cominciano a comprendere le ragioni di alcune distorsioni di mercato che vanno a danno degli agricoltori perché forse al di fuori del perimetro dei produttori a marchio Igp le cose, giusto per usare un eufemismo, non vanno poi tanto bene. In più di una occasione gli imprenditori hanno fatto presente di trovarsi in condizioni complicate tanto da dire: «Raccogliere il pomodorino non conviene. Produrre un chilo di pomodoro costa un euro. Tra l’acquisto della piantina e i costi della plastica, dei gancetti, delle tasse, degli operai che devono raccoglierlo e poi trasportarlo, il ciliegino si vende a 50-60 centesimi al chilo, a 30 centesimi al chilo il pomodoro da insalata. È chiaro dunque che non conviene». E in questo caso gli agricoltori accusano anche la Gdo e le politiche di prezzo con prodotti venduti sotto costo. ma bisogna sempre tenere conto dell’alea, del rischio cui sono soggetti gli agricoltori: molto dipende dal meteo e in Sicilia spesso, in pieno inverno, il meteo può fare brutti scherzi con giornate di scirocco terribili. «La verità - dice Lentinello - è che quando i prezzi si abbassano troppo stare all’interno di strutture organizzate (consorzi o altro ndr) può essere un ottimo paracadute. Quando c’è una forte richiesta e poco prodotto non vi è alcuna differenza». Ma spesso il boom dei prezzi che può durare qualche giorno non riesce a riequilibrare i bilanci che invece si confrontano con altre dinamiche, spesso al ribasso.

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