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L’ansia da voto può bruciare la ripresa

L'Editoriale|manovra

L’ansia da voto può bruciare la ripresa

Sarebbe drammatico se l’effetto ottico di un’Italia uscita dalla crisi portasse alla miopia di una campagna elettorale giocata su politiche illusoriamente espansive e, di conseguenza, a una legge di bilancio piegata a esigenze elargitorie dettate dall’ansia delle urne non lontane. Sarebbe il modo più sciocco per strozzare in culla il rilancio dell’economia, congiunturale o strutturale che sia (poco importa). Non ci sono risorse inattese create della ripresa, nemmeno nelle famose pieghe di bilancio da cui nel passato sono usciti non pochi conigli elettorali.

Se c’è un messaggio forte e, soprattutto, condiviso da tutti che è emerso chiaro dalla giornata di presentazione del Rapporto del Centro studi Confindustria è l’invito a non perdere di vista l’azione di modernizzazione del Paese e soprattutto a non dimenticare la nefasta eredità del debito pubblico. Quand’anche calasse di poco nel 2018, il debito pubblico è tutt’altro che sconfitto e sarà ancora molto esposto agli inevitabili contraccolpi legati alla imminente riduzione degli acquisti di bond sovrani operati dalla Bce.

Finora la politica monetaria espansiva è stata il formidabile scudo che ha portato a poco più di una sessantina di miliardi l’onere del servizio del debito pagato dallo Stato che, tuttavia, ha avuto una dinamica doppia rispetto alla media europea.

Ciò non consente rilassamenti nella gestione delle (poche) risorse disponibili per la manovra di quest’anno. Riforme e parsimonia di bilancio sono le uniche condizioni in grado di mantenere la fiducia e per questa via di irrobustire ulteriormente la ripresa. Senza dimenticare che i nostri competitor non stanno fermi e che l’Italia ha ancora un problema forte di competitività, basti pensare alla crescita del costo del lavoro per unità di prodotto molto più alta rispetto ai competitor europei.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, lo sa bene e lo ripete con paziente spirito pedagogico a una maggioranza sempre più rissosa, dove il regolamento di conti a sinistra rischia proprio di far saltare il banco della legge di bilancio visto che le prime tensioni si avvertono già perché Mdp minaccia di non votare la nota di aggiornamento al Def.

Ciò che serve, soprattutto adesso, è selezionare gli obiettivi e inserirli comunque in una prospettiva riformista di medio-lungo termine che dovrebbe continuare nella prossima legislatura.

Porre al centro dell’azione di politica economica i giovani è di per sé un gesto di coraggio nel secondo Paese più vecchio del mondo. Significa cambiare un’Italia che forma talenti e li esporta senza importarne di altrettanto pregiati (e la fuga dei cervelli ormai vale 14 miliardi di mancato Pil). Puntare sui giovani impone di ridare ordine a un sistema formativo che oggi spreca capitale umano e presenta il più drammatico quadro tra laureati al lumicino in Europa e, peggio, il 25% di diplomati con la sola scuola media tra quanti oggi abbiano tra 24 e 35 anni di età. Non è più tollerabile un Paese che ha il più basso tasso di attività d’Europa, e al contempo non trova le decine di migliaia di posti liberati dal nuovo modo di produrre imposto dalle catene globali del valore.

Pensare ai giovani vuol dire ridurre la polarizzazione di un Paese diviso tra le eccellenze di caratura mondiale che, ad esempio, hanno risposto con grande vivacità al piano di Industria 4.0 e una vasta platea di economia semi-arretrata ancora lontana dalle grandi direttrici dello sviluppo moderno (l’allarme maggiore è nei servizi). Una polarizzazione che non necessariamente è geografica (Nord verso Sud) ma è tra settori, tra generazioni, tra chi ha il mondo come orizzonte e chi non supera il muro di casa, tra chi è nativo digitale o chi è invece nuovo analfabeta di ritorno, tra chi conosce la concorrenza e chi vive di monopoli arretrati, tra cultura pubblica difficile da far evolvere e cultura privata più evoluta, ma spesso anche più esposta alla tara dell’azzardo morale.

Guardare all’Italia dei giovani significa ripensare gli investimenti verso le infrastrutture fondamentali per guardare al futuro (banda ultralarga ad esempio) e accelerare quelli già previsti per le grandi opere pubbliche per i quali i fondi ci sono ma purtroppo faticano a tradursi in cantieri.

Significa anche ragionare finalmente di produttività in modo che le nuove generazioni possano incontrare nuove forma di remunerazione e di gestione di un welfare sempre più discontinuo e diseguale tra padri e figli.

Il jobs act ha funzionato e la ripresa sta portando con sé una dote robusta di nuova occupazione: quella riforma ha disboscato regole che impedivano la crescita dimensionale delle imprese e inibivano le assunzioni stabili a favore di forme di precariato ormai superate. Ma il corpo di regole da solo non basta e il jobs act ora ha bisogno di un nuovo corollario di misure mirate sull’occupazione dei più giovani, prima delle quali è un deciso taglio al cuneo fiscale. Il resto lo potranno fare le parti sociali nobilitando le relazioni industriali ritrovando la migliore tradizione di capacità di interpretare i grandi mutamenti dell’economia e della società. L’idea delle disintermediazione sociale che aveva accompagnato l’inizio della legislatura è tramontata e ora la sfida è per imprese e sindacati che possono fare molto proprio sulla produttività.

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