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Cosa c’è di vero dietro la «sharing» e la…

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Cosa c’è di vero dietro la «sharing» e la «collaborative economy»

Se c'è una frase che mi fa sussultare ancor più di «sharing economy» (economia della condivisione) è «collaborative economy» (economia collaborativa). Recentemente ci siamo confrontati con entrambe: Morgan Stanley ha pubblicato un rapporto sul primo argomentoe il Ceps - Centro per gli Studi politici europei (su richiesta della Commissione europea) ne ha scritto uno sul secondo. Le relazioni sono in linea di massima sullo stesso argomento: la crescita di aziende come Uber, TaskRabbit e Upwork e come potrebbero cambiare l’economia. È una domanda interessante e offre molti spunti sui quali riflettere.

Ma queste sono aziende molto diverse aziende tra loro che non stanno comodamente sotto un’unica etichetta. E se così fosse, non sarebbe una di queste due. La maggior parte delle aziende della “sharing” o “collaborative” economy usano Internet per facilitare le transazioni a pagamento tra acquirenti e venditori. Alcuni per facilitare la locazione di beni (come Airbnb), alcuni per la “vendita” di lavoro (come ad esempio TaskRabbit e Upwork) e altri un po’ di entrambi (come Uber). Ma che cosa, esattamente, viene condiviso? Chi sta collaborando con chi?

I lavoratori free lance su Upwork non stanno condividendo le loro abilità con il mondo più di quanto io stia condividendo la mia con il Financial Times. Gli ospiti di Airbnb non stanno collaborando con i loro clienti più di quanto stia facendo Marriott International. Queste etichette avevano senso al momento della loro prima apparizione, circa sei anni fa. Poi le hanno applicato per le start-up, come SnapGoods and Share Some Sugar, che si proponevano di aiutare i vicini a prestare cose come i trapani elettrici gli uni agli altri. Alcune delle piattaforme di oggi si adattano ancora all’etichetta condivisione, ma in molti casi non più. Si potrebbe sostenere che non ha molta importanza. Questi nomignoli non possono essere di misura perfetta per il campo che ora circoscrivono, ma ormai sono radicati e tutti sanno che cosa significano.

Ma ci sono due ragioni per non cedere e andar dietro al flusso di massa. In primo luogo, mettere insieme queste aziende senza distinzione porta a pensieri confusi circa la loro portata e dimensioni, così come i loro pro e contro. Possiamo discutere se Airbnb è ingiustamente sottoquotata rispetto agli alberghi e alle aziende di bed-and-breakfast regolamentati, ma cerchiamo di non mescolarla con l’analisi dell’impatto di aziende come Uber sul mercato del lavoro. Il recente studio di JPMorgan su 260mila utenti di piattaforme online ha rilevato forti differenze tra le persone che utilizzano piattaforme come Airbnb e eBay e quelle che vendono il loro lavoro. Questi ultimi erano più poveri, il più delle volte provenienti da stati occidentali degli Stati Uniti e più disponibili a fare affidamento sulle piattaforme per attutire gli alti e bassi dei loro redditi.

C’è anche una differenza tra lavoro fisico e lavoro online. La relazione del Ceps (che è molto buono, a parte il titolo) trova che i guadagni per operatori fisici in paesi come gli Stati Uniti tendono ad essere molto più alti perché sono in competizione a livello locale con persone che devono affrontare lo stesso costo della vita. Le piattaforme virtuali del tipo «nuvola umana», al contrario, creano un mercato globale in cui un lavoratore di Dallas compete con quello di Sofia, e un altro di Manila. Il guadagno medio orario di un meccanico turco è al di sotto del salario minimo negli Stati Uniti, ma 14 volte più alto del salario minimo in India. I regolatori nazionali e i funzionari del fisco preoccupati per le Ubers di questo mondo troveranno ancora più difficile fare i conti con le «nuvole umane».

La seconda ragione per rifiutare le etichette «sharing» e «collaborative» è che danno l’impressione sbagliata di quello che queste aziende fanno. Non sono maestri nello sfruttamento di «servi digitali» (come qualcuno vorrebbe dipingerle) ma nemmeno intermediari tra gente comune che vuole scambiare beni e servizi. Esse modellano attivamente i mercati che hanno creato. Upwork, per esempio, ha recentemente cambiato i compensi che addebita ai liberi professionisti da un 10% fisso a una scalettatura variabile: i liberi professionisti pagheranno il 20% sui primi 500 dollari addebitati a un cliente e il 5 per cento sulle fatturazioni oltre i diecimila dollari.

David Francis, ricercatore associato presso Staffing Industry Analysis, dice che l’azienda vuole incoraggiare gli utenti a percepire il sito come un lavoro a tempo pieno, il che renderebbe il modello di business più redditizio. Questa potrebbe non essere una cosa negativa - ma è un segno del potere che queste piattaforme hanno nel modellare il comportamento dei loro utenti. Esse non promuove né facilitano la condivisione e la collaborazione: sono una manciata di aziende che cercano di fare soldi creando e controllando mercati per il nostro lavoro e le nostre cose. Qualcosa mi dice che questa definizione “orecchiabile” non decollerà.

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