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Il valore dei dati sta nel saperli leggere

L'Analisi|analisi

Il valore dei dati sta nel saperli leggere

Il mercato del lavoro è, in questo momento, a caccia di Data Scientist. Si tratta – in poche parole – di ingegneri che hanno il compito di elaborare algoritmi e di estrarne informazioni e tendenze. Quasi come se fossero la nostra palla di vetro moderna. E non è un caso che anche Facebook abbia sostituito i giornalisti con i Data Scientist. Dati al posto di ricercatori, dati al posto di ricerche telefoniche, dati al posto di essere umani con un proprio vissuto. Detta così fa quasi paura, anche perché le tonnellate di dati che in questo momento si raccolgono riguardano spesso il momento attuale e tralasciano completamente il passato e il futuro. Ma tralasciano anche - e soprattutto - il non fatto o non detto.

Prendiamo le loyalty cards dei supermercati: registrano cosa compriamo giorno per giorno, ma non riescono a scoprire quale prodotto avremmo comprato se l’avessimo trovato di fronte a noi in bella mostra su uno scaffale. Sicuramente riescono a dire se siamo dei grandi spendaccioni o se acquistiamo sotto l’impulso delle offerte. Ma il dato in quanto tale non arriva a dirci se effettivamente la nuova tendenza sarà il barattolo rosa invece che blu. Certo, i dati possono dare qualche indicazione, ma non dicono nulla sull’esperienza diretta del consumatore.

Affermazioni tipo: «Sì, l’ho comprato ma avrei speso di più se avessi trovato il barattolo rosa», oppure «Questa marca non la compro più perché la compra mia suocera», sono elementi impalpabili che non emergono dai dati e che, inevitabilmente, rendono fondamentale l’intervento e il contributo dell’uomo. È un discorso che si può applicare anche alla selezione dei talenti: possiamo usare tutti gli algoritmi del mondo sui database più ampi che esistano, ma poi se non si parla con il candidato per capire cosa vuole, perché sta cambiando lavoro e individuare insieme le opportunità più interessanti, non arriviamo al risultato.
Detto questo, la raccolta dei dati e la loro conseguente elaborazione hanno un grossissimo potenziale, ma occorre agire nel modo corretto.

Qualche mese fa ho incontrato un famoso esperto di sondaggi telefonici che mi ha aperto un mondo sulla loro effettiva utilità per le aziende. I sondaggi telefonici sono sicuramente utili per capire cosa pensano le persone, in positivo o anche in negativo. Ma sono utili soprattutto perché i dati sono raccolti da esseri umani. C’è però un problema. I sondaggi si fanno sui numeri fissi e le nuove generazioni non sanno neanche cosa siano. In questo modo, quindi, perdiamo l’opinione di una vasta parte della popolazione e sempre più aziende optano per i sondaggi online.

Ecco perché, quindi, non basta saper raccogliere i dati. Il vero valore aggiunto è saper leggere tra le migliaia di righe quell’informazione in più per approfondire la tendenza e andare oltre.

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