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Per l’italiana Arper passa da Tokyo la via di sbocco ai mercati asiatici

appunti da tokyo

Per l’italiana Arper passa da Tokyo la via di sbocco ai mercati asiatici

TOKYO - Quali consigli si possono dare ai manager e ai proprietari di piccole e medie imprese italiane tentati di lanciarsi in un presenza diretta su mercati esteri geograficamente lontani, ma frenati da comprensibili titubanze? Una persona in gradi di dare risposte è Claudio Feltrin, presidente della Arper, dinamica azienda di arredodesign di Monastier (Treviso). Arper ha deciso di fare di Tokyo la piattaforma non solo per il mercato giapponese, ma per l’Asia orientale, e ha aperto settimana scorsa nel quartiere del design di Aoyama uno showroom (300metri quadrati su due piani) che farà anche da appoggio tecnico per gli studi di architettura e gli interior designers, oltre a coordinare la gestione della logistica. In prospettiva, gli sviluppi potrebbero essere in direzione di una produzione locale e di un approccio verso il B2C.

Feltrin sottolinea che, nel quadro delle strategie di internazionalizzazione del gruppo, è cresciuta la consapevolezza che non si possono servire mercati ad alte opportunità da lontano e solo sotto l’aspetto commerciale: diventa importante una presenza diretta con investimenti mirati al medio termine. «La cultura giapponese è fonte di ispirazione nel nostro approccio al design e si riflette nella realizzazione dei nostri prodotti, risultato di un processo creativo che definiamo “la ricerca dell'essenziale”», afferma Feltrin: se Arper affonda le sue radici nella cultura mediterranea, con le sue luci e colori, nell’approccio progettuale condivide profondamente i valori e le regole formali espressi dalla cultura nipponica. «Riusciamo a realizzare un mix di culture, che trova un ottimo riscontro sul mercato internazionale».

Arper è partita dunque da una buona base di rapporti con importatori e designer giapponesi. «Abbiamo studiato il mercato per un paio d’anni. E abbiamo deciso di farne la nostra porta d’entrata per il mercato asiatico senza indugiare -, dice Feltrin -. Questa strategia verso il Giappone va a rafforzare la nostra strategia generale sull’export, che conta per il 95% dei ricavi. In prospettiva questa percentuale calerà in quanto il mercato americano sta diventando più importante e lì abbiamo fatto una operazione rilevante, che stiamo cercando di replicare in Giappone, con una presenza diretta e un avvio di produzione decentrata». Feltri riconosce che l’espansione nel Sol levante si profila più lenta che negli Usa in quanto il mercato «è predisposto al design, ma tradizionalmente il Giappone non è un Paese da decisioni veloci: la fiducia bisogna conquistarsela con più fatica. Crediamo di avere le caratteristiche per ottenerla e crescere».

«Ormai l’azienda italiana è costretta a cercare mercato all’estero: l’esportazione è la madre di tutte le battaglie aziendali - conclude Feltrin -. Ma non bisogna solo focalizzarsi sul produrre in Italia e consegnare nel mondo. Si tratta di creare basi operative altrove. Non bisogna aver paura di farlo. Occorre farlo con cognizione di causa, pensando non a una operazione mordi-e-fuggi, ma a una strategia da implementare negli anni, sapendo che occorre tempo per ottenere risultati importanti. Non vendite una-tantum, insomma, ma entrare in un mercato dandosi il tempo per capirlo, avere i collaboratori adatti e una certa pazienza, ovvero disponibilità a investire». In definitiva, «bisogna decidersi a farlo. E non avere paura di farlo, perché le opportunità ci sono». A Tokyo, ad esempio, il boom immobiliare in corso in vista delle Olimpiadi 2020 a Tokyo promette bene per la Arper.

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