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Le strette sull'immigrazione rendono più difficile il percorso post Mba

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Le strette sull'immigrazione rendono più difficile il percorso post Mba

Senza l'intervento risolutivo di una business school, il sogno di Joe Zhou di trasferirsi dalla Cina negli Usa e di diventare un imprenditore nel settore hi-tech sarebbe sfumato. Alla fine, invece, si è realizzato, ma non tutto è andato liscio come avrebbe potuto. Poco dopo essersi diplomato alla Questrom School of Business dell'Università di Boston, Zhou ha rischiato di dover tornare immediatamente indietro in Cina per non aver presentato la domanda annuale di sovvenzione per uno dei visti di lavoro rilasciati dal governo federale degli Stati Uniti. (Tali visti sono concessi solo agli stranieri che hanno adeguate qualifiche professionali e stipendi superiori al minimo determinato dal Dipartimento del Lavoro, NdT.)

Zhou è stato letteralmente salvato dal vicino Babson College che gli ha offerto una delle sue piccole sovvenzioni per un visto di lavoro H1-B riservato al programma Global Entrepreneur in Residence della scuola. «È stato un intervento provvidenziale» dice Zhou, che ora funge da mentore e aiuta gli studenti del Babson in cambio del diritto a restare negli Stati Uniti. Naturalmente, Zhou lavora anche nella sua start-up, First Blood, una piattaforma di scommesse online fondata con un socio all'inizio di quest'anno. Per gli studenti delle scuole di business che provengono da oltreoceano la sfida di restare a lavorare nei paesi nei quali hanno portato a termine gli studi non è mai stata facile. Sulla scia dell'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, e dopo che a giugno il Regno Unito ha votato a favore dell'uscita dall'Unione europea, senza dubbio la loro situazione si farà ancora più complessa.

Soltanto un quarto dei datori di lavoro che hanno in mente di assumere chi ha conseguito un diploma Mba negli Usa quest'anno prevede di selezionare candidati di oltreoceano, secondo le cifre fornite dal Graduate Management Admission Council (GMAC), responsabile dell'esame di ammissione alla scuola di business GMAT. Per di più, il 47 per cento dei datori di lavoro che l'anno scorso hanno assunto candidati in possesso di un diploma Mba hanno detto a GMAC che non prenderanno in considerazione l'idea di assumere diplomati nati fuori dagli Stati Uniti: tra le ragioni addotte a questo proposito ci sono gli alti costi legati alla loro assunzione, molte scartoffie burocratiche che portano via tempo e spesso anche barriere linguistiche.

Il voto a favore della Brexit, motivato in parte dai timori per l'immigrazione, ha suscitato preoccupazione per eventuali ulteriori restrizioni ai visti nel Regno Unito per gli studenti Mba di oltreoceano che vorrebbero rimanere a lavorare. Le opportunità di occupazione al termine degli studi erano già state irrigidite per questa categoria di persone nel 2012, quando il governo del Regno Unito ha eliminato il visto tier-1 for graduates che consente di rimanere a lavorare nel paese al termine degli studi, e in alcune scuole di business e in alcune università ciò ha provocato subito un vistoso calo nelle domande di iscrizione degli studenti indiani. Nell'anno accademico 2011/12 quasi il 10 per cento degli ammessi ai corsi di master all'Henley Business School erano originari dell'India, ma l'anno dopo il loro numero era calato al due per cento. La fortuna insperata dell'Hanley è stata che sono aumentate in proporzione le domande di ammissione di studenti di altri paesi, in particolare la Cina: lo dice Peter Miskell, responsabile della scuola di perfezionamento.

Secondo Sangeet Chowfla, presidente e direttore esecutivo di GMAC, prima del voto per la Brexit le preoccupazioni inerenti alla possibilità di poter lavorare al termine degli studi sono state un problema per chi studiava nel Regno Unito. Egli fa anche notare che se da un lato l'indebolimento della valuta britannica rende più allettante l'idea di studiare nel Regno Unito, tutto sommato si tratterebbe di un benefit transitorio. «Il proliferare di programmi di perfezionamento in management in lingua inglese in tutta Europa sta rendendo appetibili anche altre destinazioni nel continente», ha detto.
Un esempio è quello della Nyenrode Business Universiteit nei Paesi Bassi: Dennis Vink, direttore del suo Centre for Finance, osserva che chi arriva da oltreoceano per studiare a Nyenrode trae vantaggio dai regolamenti olandesi alquanto generosi in fatto di immigrazione e che consentono a chi si è laureato con un visto di studio di fermarsi a lavorare nel paese per un anno. «Presto ci sarà uno spostamento verso altri paesi dell'Europa del nord», dice.

Il motivo per il quale le restrizioni sui visti non hanno influito negativamente sul numero degli studenti della Henley provenienti dalla Cina e da altri paesi del sud-est asiatico è che secondo il professor Miskell costoro non sarebbero intenzionati a restare a lavorare nel Regno Unito dopo il conseguimento del diploma. Miskell teme tuttavia non solo che il vistoso calo nella presenza di studenti indiani possa alla resa dei conti vanificare l'aumento delle domande da parte di studenti di altre nazionalità, ma anche che la Henley poco alla volta finisca col fare affidamento su un numero esiguo di paesi per coprire la sua quota di studenti d'oltreoceano. «Siamo propensi ad attivare un mix di studenti di diversi mercati internazionali - dice il professor Miskell -. Le restrizioni ai visti rendono tutto più complicato, e creano il pericolo di dover dipendere sempre più dalla Cina, invece che meno».

Secondo Santiago Garcia, rettore e direttore della Grenoble Graduate School of Business, gli studenti dei corsi Mba hanno maggiori probabilità di scegliere il luogo nel quale studiare in funzione della possibilità di potervi rimanere a lavorare rispetto a chi frequenta solo corsi master. «I corsi di master sono frequentati per lo più da studenti giovani, per la maggior parte non ancora integrati nel mercato del lavoro», ha detto. La Francia potrebbe attirare un numero maggiore di studenti se le restrizioni sui visti si inasprissero altrove: lo afferma il professor Garcia, secondo il quale con un visto di studio in Francia gli studenti possono arrivare a 964 ore di lavoro l'anno, equivalenti più o meno a un contratto part-time o a soli sei mesi di lavoro a tempo pieno.
Copyright The Financial Times Limited 2016
(Traduzione di Anna Bissanti)

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