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Il gigante della pubblicità Dentsu fa retromarcia sul…

appunti da tokyo

Il gigante della pubblicità Dentsu fa retromarcia sul «superlavoro»

Può un principio aziendale evocare la morte dei dipendenti? Non più, nemmeno in Giappone. Il colosso della pubblicità Dentsu ha deciso di cancellare i «dieci comandamenti» della filosofia societaria – che i dipendenti dovevano meditare, studiare, applicare – delineati nel 1951 dall’allora capo Hideo Yoshida, che aveva l’obiettivo di incoraggiare i membri dello staff a dare il massimo di sé per l’azienda. Il problema è che uno dei comandamenti recitava: «Mai mollare sul compito che ti è assegnato: dacci dentro fino alla morte». Senonché il gruppo è da ottobre sotto pressione da parte degli ispettori governativi e dell’opinione pubblica: il suicidio da superlavoro (“karoshi”) di una giovane dipendente ha fatto impressione anche in un Paese dove la morte da eccesso di lavoro non e' inusuale.

Matsuri Takahashi, 24 anni, laureata in lettere all’Università di Tokyo, lavorava dall’aprile 2015 per la divisione Digital Account di Dentsu che si occupa di pubblicità online (e quest’anno è incappata in uno scandalo di fatturazioni eccessive e irregolari alla clientela). Si è scoperto che aveva fatto straordinari fino a 105 ore al mese (contro il limite concordato dall’azienda con i sindacati di 70 ore extra). Prima di togliersi la vita nel dormitorio aziendale, il 25 dicembre 2015, la ragazza aveva più volte dichiarato che lo stress stava diventando insopportabile in messaggi a colleghi e amici sui social network.

L’Ispettorato del Lavoro ha accertato che il volume di compiti che le era stato assegnato era aumentato drasticamente, giungendo alla conclusione di un nesso causale tra eccesso di straordinari e collasso psicologico. Inoltre a Matsuri Takahashi sarebbe stato imposto di riportare le ore di straordinario solo entro un certo tetto. Del resto, anche in passato Dentsu è stata accusata più volte di aggirare le norme sugli straordinari in modo che formalmente non eccedano i limiti. Dopo aver subito l’onta di una perquisizione formale, ora la grande azienda pubblicitaria è corsa ai ripari e ha promesso numerosi rimedi, tra cui la riassegnazione di 650 dipendenti ai dipartimenti più oberati di lavoro e numerose assunzioni nel middle management per una migliore e più trasparente gestione delle risorse umane.

Vittima è diventato anche l’«handbook» per i dipendenti scritto 65 anni fa da Yoshida, l'uomo che rilanciò l’azienda nel dopoguerra. Non che tutto il decalogo sia di per sé estremo: alcuni delle cosidette dieci «regole del diavolo» di Yoshida sono di buon senso manageriale, come l’incoraggiamento a essere di buon esempio ai colleghi ed essere pro-attivi nel lavoro. Ma ora i dirigenti del gruppo hanno deciso di mostrare anche all’opinione pubblica di essere pro-attivi nel risolvere la questione dell’inferno lavorativo aziendale.

Via quindi il decalogo tradizionale e al via alcune grandi innovazioni: i manager potranno essere valutati dai loro sottoposti e – udite udite – lo staff sarà incoraggiato a prendersi effettivamente almeno il 50% del periodo di vacanze pagate. Ma la promessa di “rimedi” non è bastata: a fine anno il ministero ha mandato le carte alle magistratura e a quel punto il numero uno di Dentsu, il direttore generale Tadashi Ishii, ha annunciato le sue dimissioni. La morte di una dipendente, insomma, è costata il posto al grande capo. E forse certe pratiche di gestione del personale cambieranno. Non solo alla Dentsu.

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