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Nell’outback australiano una tecnologia di punta per l’agricoltura

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Nell’outback australiano una tecnologia di punta per l’agricoltura

In un angolo remoto dell'outback australiano, dove in estate le temperature superano tranquillamente i 40 gradi centigradi e l'acqua dolce è scarsa, Philipp Saumweber coltiva succulenti pomodori a grappolo lasciati maturare sulla pianta. All'interno di una grande serra futuristica, l'ex banchiere di Goldman Sachs trasformatosi in direttore esecutivo di Sundrop Farms produce ogni anno 16mila tonnellate di pomodori garantiti. Il grande impianto che occupa una ventina di ettari, e che Saumweber crede incarnare il futuro dell'agricoltura, è alimentato da una centrale termica a energia solare concentrata che genera la maggior parte dell'energia necessaria a raffreddare le piante e a desalinizzare l'acqua del mare per l'irrigazione delle colture.

Saumweber affetta un succoso pomodoro e, mentre ce lo porge per farcelo assaggiare, dice: «Possiamo fare la nostra parte e contribuire a trovare una soluzione ai problemi del pianeta per sfamare una popolazione globale in costante aumento. Siamo i primi: ancora non si vedono molti altri coltivatori attivi agli estremi limiti di un deserto». Si prevede che entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi di abitanti e di conseguenza uno dei problemi più impellenti del pianeta, nonché uno dei più complessi dal punto di vista politico, è produrre cibo a sufficienza a costi ragionevoli.

Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, l'anno scorso una persona su nove dei 7,4 miliardi di abitanti della Terra non ha potuto alimentarsi come si deve. Nell'Africa sub-sahariana, tale percentuale è di gran lunga più elevata: quasi un quarto della popolazione soffre di malnutrizione per una serie di concause, tra le quali il clima estremo, la mancanza di acqua potabile, i terreni aridi, le guerre e una povertà diffusa. A peggiorare ancor più le cose sono i metodi tradizionali di coltivazione: «Le sfide ambientali per l'agricoltura sono davvero sconcertanti: si consuma quasi il 40 per cento della superficie terrestre complessiva, le si destina il 70 per cento dell'acqua dolce del pianeta e vi si produce quasi il 25 per cento delle emissioni globali di gas serra» dice Jon Foley, direttore dell'Accademia delle Scienze della California.

Non è sostenibile continuare a fare terra bruciata nella savana e nelle foreste pluviali per avere più terreni da destinare all'agricoltura. E allora: la soluzione non potrebbe arrivare proprio dall'agricoltura in avveniristiche e tecnologiche serre giganti, collocate ai limiti delle zone più aride del pianeta? Saumweber, che oltre a dirigere Sundrop si occupa anche della società di investimenti della sua famiglia, dice che l'agricoltura è da sempre molto indietro tra i settori industriali soggetti a innovazione. Sundrop, entrata in attività a ottobre a Port Agusta, è un impianto del valore di 200 milioni di dollari australiani (153 milioni di dollari statunitensi) ed è un esempio di pensiero creativo e di realizzazione tecnologica abbinato a una soluzione efficiente per ovviare alla penuria di acqua e di cibo nel mondo.

Negli ultimi anni le soluzioni nel settore dell'agritech sono letteralmente proliferate, e sempre più start-up muovono i loro primi passi in questa direzione, in parte per dare una risposta alle necessità di un aumento della produzione in appezzamenti più piccoli di terreno per sfamare il crescente numero di persone. Nel frattempo prosegue anche la ricerca nel campo degli alimenti geneticamente modificati, dell'automazione delle macchine agricole, dell'uso dei droni per monitorare la crescita e lo stato di salute delle colture e per raccogliere altre preziose informazioni: tutto ciò è utilizzato dagli agricoltori per rendere più efficiente le loro aziende agricole. L'arido e polveroso territorio australiano che circonda la struttura di Sundrop è tipico delle sfide che gli agricoltori devono affrontare in paesi che hanno un clima altrettanto secco e caldo. Sul terreno stentano a crescere addirittura alcune macchie di atriplice, un arbusto verde dei deserti.

«Ho deciso di trovare un modello di business sostenibile per l'agricoltura, che possa dare una risposta alla penuria di acqua e di risorse energetiche e della terra. Produce prodotti di qualità migliore a prezzi competitivi ed è un vantaggio per il pianeta e per le comunità locali» assicura Saumweber, un tedesco di 36 anni che ha conseguito un MBA a Harvard. In genere, le colture nelle grandi serre tendono a consumare più energia e più acqua dei sistemi di agricoltura tradizionale. La struttura creata da Sundrop trae vantaggio dall'accesso a terreni economici (occorre un decimo della superficie di un campo tradizionale e può trovarsi in un territorio poco fertile e a prezzi più abbordabili) e dal clima di Port Agusta, che fornisce la luce necessaria a stimolare la crescita delle piante tutto l'anno.

«Non siamo alla mercé del clima e otteniamo raccolti molto abbondanti» dice Adrian Simkins, responsabile delle colture a Sundrop che in precedenza si è fatto un'esperienza presso grandi progetti in serra nel Regno Unito e in Canada.
Lavora con il suo team accudendo 175mila piante, che crescono in lastre di fibra di cocco irrigate. Ogni piantina raggiunge la maturità in dieci settimane di coltura, in un ambiente che aumenta notevolmente il raccolto ed è relativamente privo di parassiti. Saumweber afferma che la sua struttura produce i pomodori a più basso costo di tutta l'Australia, il che è impossibile in ogni caso da verificare perché l'azienda non ha rilasciato cifre precise. I suoi concorrenti, tuttavia, puntano il dito contro le alte spese e il capitale iniziale necessari a realizzare un impianto a energia solare, eseguire le operazioni di desalinizzazione e costruire una serra di grandi dimensioni in una località così remota.

Comunque, l'accordo firmato da Sundrop e Coles, una delle due grandi catene di supermercati nazionali australiani, per garantire la fornitura di pomodori ha attirato l'interesse di chi è attratto da operazioni finanziarie ad alto profilo. «Proteggere le colture dagli agenti atmosferici e dai parassiti riduce considerevolmente i rischi tradizionali in agricoltura» dice Leigh Oliver, direttore di KKR Australia che ha investito in Sundrop 100 milioni di dollari australiani. «Oltre a ciò, utilizzando l'energia solare e l'acqua marina desalinizzata si stabilizzano le spese e le si possono quantificare in anticipo» ha aggiunto.

Commonwealth Bank of Australia, che ha messo a disposizione 75 milioni di dollari australiani di finanziamenti senza garanzia di rivalsa dice che l'unicità del progetto – fatto di un mix di infrastrutture e tecniche avanzate di coltivazione – ha giustificato una trattativa particolarmente impegnativa. «La nostra banca non aveva mai finanziato un progetto che prevede a uno stesso tempo un impianto termico a energia solare concentrata e la tecnologia della desalinizzazione nel settore agricolo, ma proprio per questo siamo stati fortemente attratti dalla novità» ha detto Scott Speedie, banchiere di CBA.

L'impianto solare di Sundrop utilizza 24mila specchi invece dei più comuni e conosciuti pannelli fotovoltaici per la conversione della luce, quanto mai indispensabile per il successo dell'operazione. Gli specchi riflettono la luce solare dirigendola verso un unico punto collocato su una torre a 130 metri di altezza, dove l'energia generata converte l'acqua in vapore. Questo è poi a sua volta utilizzato per desalinizzare l'acqua di mare, generare elettricità e fornire riscaldamento alla serra. In estate all'interno delle cavità delle pareti della serra viene fatta scorrere dall'alto in basso acqua di mare per garantire il fresco grazie all'evaporazione, processo che elimina il calore latente dalle superfici sulle quali si verifica l'evaporazione.

Charlie Paton, ex socio in affari di Saumweber e ora direttore della società Seawater Greenhouse con sede in Gran Bretagna, sta mettendo a punto alcune tecnologie per serra simili, che però hanno costi più elevati. «Se questa tecnologia funziona bene in Australia, a maggior ragione può funzionare bene in tutto il mondo. Ma Sundrop è partita da un modello ad alto investimento e ad alta produttività. L'Africa necessita di un modello molto più semplice e di costo inferiore» dice l'ex specialista e inventore di soluzioni ingegneristiche basate sulla luce. Paton, che ha contribuito a scegliere il sito di Port Agusta, ha rotto i rapporti con Sundrop in seguito a dissapori riguardanti la scelta delle tecnologie e della strategia da attuare. In seguito Sundrop ha chiuso ogni vertenza in sospeso versando all'inventore una somma imprecisata di denaro, e adesso egli sta mettendo a punto una serra pilota nel Somaliland, nel Corno d'Africa.
«Non si discute: il suo approccio è stato esclusivamente e brutalmente commerciale» dice Paton del suo ex socio in affari, da lui definito «il re delle analisi contabili». I coltivatori tradizionali di pomodori mettono in discussione il progetto, e non soltanto perché affermano che i loro prodotti sono molto più dolci perché cresciuti e maturati naturalmente sulla pianta.

Steve Tsakoumakis, direttore vendite di Kapiris Bros, un'azienda a gestione familiare che coltiva pomodori col metodo tradizionale in campi all'aperto, pensa che è inverosimile che l'operazione di Sundrop di praticare l'agricoltura in grandi serre possa portare a produrre pomodori più economicamente. «Le spese di gestione e manutenzione e le coltivazioni in serra rendono il processo di gran lunga più costoso: credo che si possa parlare di circa 65 centesimi al chilo per i pomodori cresciuti all'aperto contro un dollaro australiano per chilo di pomodori cresciuti in serre di grandi dimensioni» dice. È pur vero che gli agenti atmosferici possono influire negativamente e devastare interi raccolti, provocando penurie temporanee di prodotti e che questo è un incentivo non indifferente per i distributori che vogliono diversificare i loro approvvigionamenti avvalendosi anche di chi coltiva in serre di grandi dimensioni.

Coltivare pomodori è di gran lunga più costoso che coltivare altri prodotti come sorgo, miglio e mais, che costituiscono gli ingredienti di base fondamentali nelle regioni più povere del pianeta come l'Africa, dove la sicurezza alimentare continua a essere un problema molto grave. Sundrop ha realizzato altri due impianti sperimentali più piccoli in Portogallo e negli Usa e sta collaudando vari tipi di colture con le medesime tecnologie in uso nel sito australiano. Per il momento, però, Saumweber dice che l'azienda non ha in programma di investire in Africa. «Pomodori costosi e ultratecnologici coltivati in pieno deserto non potranno mai essere alla portata di tutti né fornire la nutrizione di cui ha veramente bisogno quella popolazione» conclude Foley dell'Accademia delle Scienze della California.

Copyright The Financial Times Limited 2016
(Traduzione di Anna Bissanti)

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