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Gupta, l’imprenditore dai nervi d’acciaio punta…

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Gupta, l’imprenditore dai nervi d’acciaio punta sull’industria pesante

Sanjeev Gupta non ha predisposizione per l’understatement. Il gusto dell’imprenditore per la grandeur si è visto al Castello di Edimburgo, dove di recente ha ospitato un lussuoso banchetto per celebrare la riapertura per opera sua di uno degli ultimi due importanti stabilimenti siderurgici rimasti in Scozia.
L’evento ha costituito un’altra pietra miliare per un outsider che nutre la grande ambizione di ristrutturare il settore dell’acciaio britannico, un tempo fortissimo e oggi moribondo. L’anno scorso la multinazionale privata Liberty House dell’imprenditore nato in India – e con un’esperienza alle spalle di 25 anni nel commercio delle materie prime – ha avuto un giro d’affari di circa 3,5 miliardi di dollari.

Al momento Gupta sta mettendo insieme come in un puzzle industriale i vari pezzi del Regno Unito comprendenti metalli, il settore ingegneristico, le energie rinnovabili e perfino la finanza, con aspirazioni che vanno completamente in controtendenza rispetto all’opinione comune sull’inesorabile declino dell’industria pesante in Gran Bretagna. Questi progetti hanno compiuto un considerevole salto di qualità quando Gupta ha concordato di comprare l’ultima fonderia di alluminio del Regno Unito, nelle Highland scozzesi, pagando 330 milioni di sterline alla società mineraria Rio Tinto.

Nel quartiere generale di Liberty House a Mayfair – uno stretto edificio di sette piani in una delle zone più esclusive del centro di Londra – il quarantacinquenne ha spiegato che cosa c’è dietro la recente frenesia di acquisizioni di imprese in difficoltà. «Abbiamo comprato un impianto dietro l’altro, e ormai siamo arrivati a una trentina: li abbiamo rimessi in sesto tutti quanti. Ciascuno di essi era un caso disperato o in gravi difficoltà, ma adesso stanno tutti dando risultati eccellenti», ha detto trafelato. Le due acciaierie storiche scozzesi, rilevate al prezzo simbolico di una sterlina dopo essere state tenute in naftalina dall’ex proprietario, Tata Steel, potranno rivelarsi un vero affare se egli riuscirà a farle ripartire nello stesso modo. Liberty sarà avvantaggiata dal fatto che non ci sono spese residue legate alle pensioni di retribuzione, e sta fornendo quel tipo di schema contributivo meno generosamente definito che è diventato ormai la norma.

Eppure, dietro la sontuosa festa organizzata al castello, incombeva lo spettro di un premio ancora più grande che Gupta non aveva intravisto. Quando la primavera scorsa Tata ha messo in vendita il suo intero impero dell’acciaio nel Regno Unito, egli è uscito dalla sua oscurità relativa indossando le vesti di suo potenziale salvatore. Il più grande produttore d’acciaio del paese stava subendo una vera e propria emorragia e perdeva fino a un milione di sterline al giorno, colpito com’era dal crollo del prezzo dei metalli e dalle scorte globali in eccedenza. Il progetto di Gupta per garantirne la sopravvivenza ha previsto un cambiamento radicale molto importante dal punto di vista tecnologico nel suo impianto modello di Port Talbot, nel Galles del sud, dove sono impiegate circa 3500 persone.

Gupta ha proposto di sostituire gradualmente i due forni fusori, alti e torreggianti, che convertono i materiali grezzi in ferro liquido, con forni elettrici ad arco più piccoli che fondono rottami. Gupta ritiene che utilizzando materie prime locali ed energie rinnovabili questo modello possa dare nuovo slancio all’intero settore. «Il Regno Unito ha l’occasione di diventare uno dei più importanti produttori al mondo di acciaio, ma deve saper cogliere l’occasione producendo il cosiddetto «acciaio verde», il che significa utilizzare le abbondanti risorse disponibili nel paese sotto forma di rottami di acciaio perché si tratta di una prassi in sicura espansione», ha spiegato.

Chi è scettico al riguardo della sua proposta ha messo in discussione l’intera procedura e la possibilità di produrre la giusta qualità di acciaio, e così pure le prospettive legate al fatto di assegnare centinaia di operai a nuovi ruoli. Sotto attenta osservazione è finita anche la potenza finanziaria di Liberty House: è stato calcolato che l’anno scorso, pur avendo generato introiti per 45 milioni di dollari al lordo di interessi, tasse, svalutazione e spese di ammortamento, i costi per l’installazione delle fornaci ad arco si siano aggirati intorno ai 100 milioni di sterline.

Oltre a ciò, Gupta ha voluto anche assicurarsi il sostegno pubblico per i progetti a energia verde sorretti economicamente da lui stesso e da Simec, azienda sorella di Liberty e appartenente a suo padre che fornisce elettricità, e ha chiesto costi elettrici inferiori per le acciaierie. In ogni caso, ha smentito di aver avuto l'azienda gratis e senza condizioni. «Non cercavamo di averla senza spendere nulla… Abbiamo presentato un’offerta sostanziosa per questi asset» ha detto Gupta, anche se si è rifiutato di dire a quanto ammonti il suo investimento perché ha firmato un accordo che prevede «di non divulgare la cifra pattuita».

Alla fine, Tata non era convinta da nessuna delle offerte arrivate e ha pertanto preferito intavolare trattative con il gruppo tedesco rivale ThyssenKrupp per un’eventuale fusione nel settore dell’acciaio europeo. Gupta liquida questa mossa come un semplice tentativo di sviare l’attenzione che, per altro, non è andata a buon fine. La settimana scorsa Gupta si è avvicinato ancora di più al suo obbiettivo di concretizzare la sua dottrina dell’«acciaio verde» poiché è entrato in trattative esclusive con Tata per il possibile acquisto per 100 milioni di sterline del suo impianto acciai speciali, che ha sede in South Yorkshire e usa una fornace ad arco. Per l’imprenditore, espandersi nei settori industriali è un pò come coronare un desiderio che risale alle sue esperienze durante l’infanzia.
«Ricordo che già da piccolo andavo in giro per gli uffici o nelle acciaierie o negli impianti. In teoria, sono nato e cresciuto in questo ambiente», dice.

Nato nel Punjab, Gupta si è trasferito nel Regno Unito all’età di dodici anni per frequentare un collegio a Canterbury. Il suo «primo lavoro vero» è arrivato prima dell’università, nel 1991, quando ha iniziato a vendere biciclette per conto di suo padre, industriale che esportava in tutto il mondo. Mentre studiava al Trinity College dell’Università di Cambridge si è mantenuto da solo, vendendo prodotti chimici dell’ICI in Nigeria, dove suo padre aveva interessi vari, con un sostegno finanziario soltanto iniziale da parte della sua famiglia. «Scrivevo a ogni ambasciata e ogni consolato di ogni Paese dal quale uno potrebbe voler effettuare ordini e chiedevo loro l’elenco dei fornitori. A quei tempi si scriveva proprio, e si usavano telex e fax», ricorda.

La sua intraprendenza giovanile, però, lo ha messo quasi subito nei guai: è stato colto sul fatto mentre dalle aule degli studenti gestiva attività commerciali, e gli è stato chiesto di trovare un’altra sistemazione. Indomito, Gupta ha espanso la sua già ampia gamma di prodotti – dai televisori a colori alle reti antizanzare, dalle teste di pesce secco al riso – e la sua attività commerciale con la nazione più popolosa dell'Africa ha coronato tutte le sue aspettative. Nel 1995 Gupta ha comprato un immobile a Mayfair per 1,4 milioni di sterline per farne il suo quartiere generale. Il suo successo, però, non è stato una traiettoria lineare e senza scossoni. Un giorno un affare legato alla vendita di zucchero è andato male e di colpo ha cancellato dai suoi registri la bellezza di dieci milioni di dollari. Oggi Liberty House opera in una trentina di paesi e ha i suoi nodi nevralgici a Singapore, Hong Kong e Dubai, dove è situato il suo centro operativo per il commercio delle materie prime.

Gupta dice che il momento della sua carriera del quale va più orgoglioso è stato nell’autunno scorso. Mentre il settore dell’acciaio in Gran Bretagna vacillava a causa di un'ondata di chiusure e di tagli dei posti di lavoro, Liberty accendeva i forni del suo primo stabilimento nel Regno Unito per la lavorazione dell’acciaio, un impianto a Newport nel Galles meridionale che in precedenza lavorava a rilento e si era tenuto per due anni circa 130 dipendenti a metà salario in attesa che si dipanassero alcune complesse vertenze legali e si riparassero i macchinari. L’impianto ha poi riaperto. Liberty ha salvato un buon numero di società di ingegneria dalle ceneri dell’ex Caparo Group, e da allora si dedica al riciclo delle materie prime.

Con il braccio industriale che spinge al raggiungimento di un obiettivo ambizioso, quello di raddoppiare quest’anno il margine operativo lordo del gruppo Liberty, Gupta parla di un’organizzazione «spaiata ma integrata» nella quale le varie imprese interagiscono, ma non sono vincolate a portare a termine trattative commerciali tra di loro. Come fa a credere di poter aver successo laddove Tata, uno dei più importanti operatori dell’acciaio al mondo, ha fallito? La sua risposta, contrariamente al solito, è ispirata all’understatement: «Occorre essere molto pratici e avere un approccio locale, invece che globale».

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(Traduzione di Anna Bissanti)

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